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Diario
 


Claudio Ossani



 


 





      

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3 settembre 2013

>MOSTRA DI VENEZIA 2013 - 7

post in attesa




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2 settembre 2013

>MOSTRA DI VENEZIA 2013 - 6

coming soon




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1 settembre 2013

>MOSTRA DI VENEZIA 2013 - 5

Ogni volta mi colgono impreparato: ciò che mi sorprende sempre è la distanza tra il Medio Oriente vero e l’immagine che invece ci viene propinata. May in the summer (giornate degli autori) alza ancora l’asticella: città arse dalla luce del sole ma zero polverose e pochissimo trafficate, belle fighe che vanno a fa jogging in shorts e canottierine purpuree, belle fighe di cui sopra che dopo gli apprezzamenti di rito di giovanotti in autovettura possono permettersi di cacciarli sbattendo i pugni sul loro macchinone nuove, belle fighe in bikini a bordo piscina, e poi lingua inglese corrente capita e parlata correttamente da tutti, locali europei, appartamenti europei, arredamenti europei. Boh, forse c’è qualcosa che non va, ma insomma, anche in Giordania, tra valori religiosi e la botta della modernità, esce dallo stampino la solita commediola agrodolce prematrimoniale in cui la futura sposina, ovviamente rientrata dall’irresistibile estero, dovrà fare i conti con sé stessa e con gli altarini familiari posticci previsti dalla sceneggiatura.

«Si alza il vento, bisogna tentare di vivere». Così il sommo Maestro dell’animazione giapponese si ritira per sempre dalla scena del cinema. Alla notizia, i sedicenti fans di ogni festival hanno espresso il patimento tipico di chi non ha visto o capito Kaze Tachinu (The Wind Rises) (venezia70) che è esattamente il testamento artistico e umano di Hayao Miyazaki. Il protagonista progettista di aerei, chiamato anche in età adulta «Fratellone Jiro» dalla tenerissima sorella, non solo è realmente esistito, è stato uno dei migliori geni aereonautici del mondo. Chiarito dunque che si parla di Volo, l’eterno tema della rappresentazione ideale e della concretezza d’animazione dello Studio Ghibli, ecco il binario dell’amore che conta: quello con gli ultimi grandi eventi identitari della Storia Patria prima della rimozione del periodo dell’Asse. Già, perché se l’aviazione è il futuro, ecco che nella sfida del film sfilano il tragico terremoto, la depressione economica, l’epidemia di tubercolosi, il rapporto politico, industriale e di commissioni belliche con la Germania nazista, antipasto dell’entrata in guerra del Sol Levante. E la sofferenza di Jiro è tutta negli occhi dell’amata, affetta da poliomelite, mentre lui è assediato dall’idea meccanica più rivoluzionaria: una sezione alare uguale alla curva di una spina di pesce di sgombro. «Il buongusto anticipa le epoche, la tecnologia arriva a seguire» dice, e infatti i passaggi tecnici che hanno portato alla creazione dell’aereo da combattimento Mitsubishi AM6 Zero ci sono tutti, mentre a Miyazaki, guidato evidentemente anche dai consigli e dalla mano dell’amico Hideaki Anno (leggasi studio Gainax, leggasi Nadia e Neon Genesis Evangelion) poco importa di essere ambiguo o considerato tale fino addirittura all’etichetta di guerrafondaio dal perbenismo salottiero della sinistra incapace: questo è il film definitivo di una carriera, di una vita, di una nazione, della sua poesia e di tutta la nostra generazione. E allora grazie Hayao, il tuo Volo più grande è quello che da sempre ci hai insegnato a tenere nel cuore.

Ah, questi giovini d’oggi sballati senza un domani. In Palo Alto (orizzonti) li vediamo fare di tutto, e fumo, alcool e pompini sono la meno se, tra una bevuta e l’altra, la domanda in cortile diventa «Secondo voi fa male spararsi?». Sia chiaro, alcuni li capisco. Per esempio, «Mi piace molto la tua gonna, o vestito, non so bene cosa sia» è in fondo la frase di una vita quando la tipa che ti piace non capisci proprio come è vestita per quanto è bella. Il prof di ginnastica (James Franco), nel frattempo, ha iniziato il campionato femminile di calcio con le ragazze della sua squadra: una scusa anche per portarsele a casa, ufficialmente baby sitter, in pratica a letto. Se sei sfigato a cozzare in macchina contro la cicciona di turno, ti capitano i servizi sociali, mentre se fai troppo lo scemo ti arriva una bottigliata in testa da qull’innocua sciacquetta di cui fino a poco prima pensavi di poter disporre a piacimento. E insomma, tutto questo è firmato Gia Coppola, che sarà una nipotina raccomandata e persino (per ora) con poco o nulla da dire, ma sa già come si creano le immagini giuste. Quella finale, nelle luci di una superstrada americana, ce la ricorderemo molto a lungo.

L’inizio di Wolf Creek 2 (fuori concorso) è fragoroso, il macellaio di turisti è tornato e per cominciare se la prende un po’ con i due poliziotti che per cercare di far sera l’hanno fermato in strada senza motivo. Mick Taylor, «cacciatore e leggenda dell’Outback», è più cattivo che mai, e chissà come la sua vittima, «inglese di certo, debole come il piscio», potrà riuscire a scappare. Rispetto al film del 2005, i regista Greg Mclean aggiunge un po’ di stunt show su automezzi da deserto australiano, parecchi brindisi e molta sete di sangue. Soprattutto il film ha una voglia matta di prendersi poco sul serio (dalla musicata scena con i canguri alla minestrina servita dalla coppia di anziani). Quindi tutto molto bene, compreso lo strutturatissimo, anche esteticamente, quiz generale di storia dell’isola, vera sorpresona nella e della struttura dell’horror.

Il giorno che a Dallas ammazzarono Kennedy, c’era chi aveva chiesto il cambio turno per andare ad assistere al suo comizio. E chi, collega repubblicano, non ha concesso il piacere. Parkland (venezia70) sta tutto qui, chicchette di cui a qualcuno può anche non fregare un cazzo, ma che è molto più grave non capire. Il titolo è il nome dell’ospedale in cui morirono sia JFK sia Oswald, ma il primo portava anche un busto ortopedico, e quando devono tagliargli i vestiti di dosso per poterlo operare d’urgenza nessuno ha il coraggio di far azzannare alle forbici anche le mutande presidenziali. C’è chi telefona per saperne il gruppo sanguigno, chi invece pensa a risolvere subito e in fretta il problema politico: «Ora dove va Johnson, andiamo anche noi». Abraham Zapruder lo interpreta un pelatissimo Paul Giamatti, una delle pochissime facce riconoscibili tra le tante di questo degnissimo film corale (Efron, Gay Harden, Thornton, Welling). L’assassinio Kennedy è il più plastico, anche per meriti cinematografici, degli intramontabili mito di quell’America che aveva perduto l’innocenza e aveva ereditato l’oltraggio. L’opera prima di Peter Landesman ci dà le istantanee leggere della sua rappresentazione. Ogni polemica festivaliera è robetta da chiosco del Lido.

I titoli di testa di Miss Violence (venezia70) sono bellissimi, tutti senza punteggiatura nella scena a camera fissa che chiude il prologo. L’undicenne si è buttata a terra dal terzo piano schiantando con lei il dark side della famiglia perbene. Oddio, che ci fosse qualcosa che non andasse lo si capiva dalle proposte di divertimento di questo nonno cinquantenne: «Se farete i compiti in fretta, andremo al parco e laveremo anche la macchina». Uao. E poi in casa hanno vasini di fiori e una testa di camoscio impagliata, neanche fossimo al rifugio Stevia. Il caso passa in mano ai servizi sociali, mentre il regista greco continua a stare attentissimo alla composizione del quadro per le sue inquadrature a camera fissa. Nel loro sopralluogo, gli assistenti sociali verificano il funzionamento della rubinetteria e dello sciacquone del cesso. I sottotitoli non aiutano: scompaiono quando va in onda il tg informativo da cui si capisce solo che si parla del rapporto tra Europa e Grecia, quindi non sapremo mai se tutto sottintende una grande metafora dell’orrore di un Paese costretto ad ubbidire nel silenzio ai cosiddetti poteri forti e bancari. Ma probabilmente è soltanto un, doloroso certamente, ma compiaciutissimo ritratto dell’orco di famiglia in un interno, nel più borghese dei format festivalieri. Che magari andrà pure a vincersi qualcosa, ma degli epigoni (di Lanthimos) non ce n’era bisogno.

Quella figura solitaria, stagliata contro la vasta terra, che guarda all’interno di un misterioso strumento e fa gesti strani al collega in lontananza, si chiama topografo. Shuiyin (Trap Street) (settimana della critica) è la storia di uno stagista del mestiere, alla prima esperienza in una compagnia di mappature digitali. Beh, per arrotondare monta anche sistemi di sorveglianza, in questo film cinese che crede di essere un po’ Antonioni e un po’ un editoriale sui ribaltamenti dello sguardo e del controllo, sulla privacy e sulla privatezza. Perché la tipa è molto attraente, e decide di scomparire proprio in via della Foresta, i cui dati proprio non si riescono a registrare nel sistema. Inquietante, vero? E non sapete quanto inquieta vedere un film che finisce intrappolato in una tensione tutta sua, tutta autoreferenziale, tutta a freddo.




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31 agosto 2013

>MOSTRA DI VENEZIA 2013 - 4

Ci sono i film squisiti, deliziosi. Poi ci sono i film girati con il cuore. Poi c’è Vi är bäst! (We Are the Best!) (orizzonti) del sempre grande Lukas Moodysson che è la folgorazione del festival. Tratto da una graphic novel della moglie, bastano pochissime immagine dell’eccezionale fotografia sempre sospesa tra super 8 di famiglia, fascino da boom della tv e vivacissima grazia visiva per capire che è iniziato un strepitoso viaggio nel tempo. E nella Stoccolma del 1982 conosciamo subito Bobo (si pronuncia Bobò) e i suoi occhialini alla Gramsci, che alla festa dei quarant’anni della madre si sente commentare il suo nuovo corto taglio di capelli. Il fratello della migliore amica le consiglia di farsi gli spuntoni con il sapone, mentre Klara in persona non è del tutto convinta che il movimento punk sia poi così morto come le dicono. Le due acconceranno i capelli anche alla svedesina perfetta Hedvig e a 13 anni faranno tutto per credersi una vera punk band. L’incantesimo di questo gioiello è che è girato come fosse un travolgente film per ragazzi e insieme è un coltissimo mockumentary cinefilissimo. Il miracolo di questa sceneggiatura è che è scritta come fosse una commedia e insieme è un adorabile, emozionantissima e buffissima favola. Le tre spassosissime protagoniste chiedono l’elemosina in metropolitana, incontrano ragazzi, diventano grandi, sopportano i genitori. Il loro primo pezzo è contro lo sport. «Poi bisogna impiccare dio perché è fascista». Ma subito il dubbio: «Però sarebbe una canzone cristiana, perché se va impiccato significa ammetterne l’esistenza».

Bollato frettolosamente dall’ufficio stampa come eco–noir, o eco–thriller (che è pure peggio), Night Moves (venezia70) è prima di tutto il nuovo film dell’eccellente Kelly Reichardt, e dunque un trattato completo e archetipico. Dopo la pista dell’Oregon, qui si cerca il fertilizzante nitrato d’ammonio per abbattere la diga della centrale idroelettrica in nome dell’ambientalismo. «Al college c’erano solo fighetti che fumano, poi escono e vanno a lavorare nelle comunicazioni: l’unica materia interessante era biodiversità» dice una cresciutissima Dakota Fanning prima dell’attentato. La regia al solito è mirabolante, quasi come se ogni inquadratura diventasse poi soggettiva. Di eco–noir c’è pochino, pure nella prima parte, che è quella dove i tre antieroi progettano l’azione. Il meglio viene dopo, quando il film preferisce andare alle viscere dell’estremismo e mostrare senza fronzoli né trionfalismi le dinamiche terribili dell’insinuante «sappiamo quel che hai fatto». Realizzando l’ossimoro perfetto di una distanziatissima cronaca coinvolta che ha al centro un impegnatissimo Jesse Eisenberg, il nuovo antieroe di un film politico che il mio tifo vorrebbe premiato con il Leone.

La zampatona di Stephen Frears s’intitola Philomena (venezia70) e la definizione la dà il giornalista ex Bbc (ci tiene moltissimo…) intepretato da un inimitabile Coogan: «Storia di vita vissuta». Suore irlandesi che vendevano agli americani i figli sottratti alle ragazze madri del loro collegio e un’ormai anziana madre coraggio (la supremazia di Judi Dench è oltre ad ogni definizione) che dopo cinquant’anni di silenziosa ricerca diseppellisce il segreto e la violenza subita. I due partono per gli States e scoprono che il piccolo è diventato uno spin doctor del Partito repubblicano di Reagan. Non solo. Cuore di mamma conferma: «Ho sempre saputo che era gay, fin da piccolo era molto sensibile e quando ho visto la foto in salopette si è dissipato ogni dubbio». La sua Hildegarde è cattiva sin dal nome, il film viaggia lisco e delicatissimo su tutte le frequenze del cinema, virando ogni volta alla grande tra gag riderissime della scrittura, l’impegno drammatico, la ricerca un po’ spy, le scene madri sul grilletto del pianto. E siccome lo spettatore medio non è più abituato, a Frears non basta giganteggiare di suo, vuole riportare tutto al mestiere innestando nel testo e nella grammatica del suo capolavoro pure le riprese originali dei filmini di famiglia della storia e degli uomini veri che hanno ispirato la vicenda narrata sul grande schermo. Ricordandoci che cos'è il british style e il grande cinema puro di Racconto, quello senza paura di ogni vitalità.

Non è che non l’avevo mai visto, non l’avevo proprio neanche mai immaginato che si potesse cagare in piedi sull’ultima neve e poi pulirsi il culo con un bacchetto di legno raccolto a terra al momento. In Child of God (venezia70) c’è anche molto altro, tipo il moccolo permanente, il sudiciume ontologico, le seghe fuori dai finestrini delle macchine alcova delle coppiette, scalpi completi del cuoio capelluto usati poi come parrucche, le facce e gli ululati del lupo. Il piatto forte della casa sono però le scene in cui Scott Haze, nel ruolo dello sfrattato delle montagne del Tennessee, si scopa le ragazze morte o da lui uccise di fresco. Beh, non pensate subito male, è un individuo disturbato, in isolamento estremo, quello che alle sagre vince tutti i megapupazzoni al tiro col fucile, sotto lo sguardo stizzito dell’attrazione mangiasoldi. Che livello. Tratto dal romanzo omonimo, ecco a voi la dimostrazione che Cormac McCarthy non è un autore per tutti. E infatti James Franco ci inciampa penosamente con la esegesi del reietto monotono e mononota.




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30 agosto 2013

>MOSTRA DI VENEZIA 2013 - 3

Anfang kapitel, ende kapitel. Con schermo a nero e flemmatica grafica. Die Frau des Polizisten (The Police Officer’s Wife) (venezia70) replica il ritmo di «anfang kapitel, ende kapitel» per 59 volte nei dichiarati 175 minuti. Le prime parole del film al capitolo 4, e sono sul coniglio pasquale. Il capitolo 16 è dedicato alle corse dei trattori alla sagra. Nel capitolo 24 moglie marito giocano con lo spazzolino elettrico. C’è pure la soggettiva del lunghissimo schizzo dell’acqua. Ci sono i capitoli dedicati alla poesia di San Martino recitata a memoria della piccola e di quella del pesciolino improvvisata dal babbo poliziotto. La bambina Clara ha anche il pollice verde, alleva qualche lombrico e coltiva erbe spontanee sotto le piastrelle del cemento in cortile. Poi, in un altro capitolo vede la mamma fumare nuda nel bagno. La mamma è la moglie del poliziotto ed è piena di lividi. «Ha una malattia, con pizzicotto diventa subito nera, verde o gialla». In realtà prende le botte dall’uomo. Leggasi Philip Gröning, che non girava dallo stupendo Il grande silenzio, in feroce formissima. Senza colonna sonora. Ipnotizzati a guardare. Tre ore. Un irresistibile pugno nello stomaco di tre ore, e anche un discreto calcio nelle palle di noi maschietti. Tre ore di regia raffinatissima e tre ore massacranti di violenza domestica. Il primo capolavoro del festival.

Promettente fin dalla dichiarazione d’intenti. Piccola Patria (orizzonti) parte con le riprese aeree di capannoni, vacche, campi coltivatissimi. Entra in stanza e mostra quella che bolliamo subito come una prostitutina. Maltrattata. C’è la lavanderia industriale, il mercatone dei cinesi, ancora un po’ di superstrade, e la televisione che trasmette un documentario su Osama Bin Laden. Mai visto un ritratto tanto schietto e caparbio della provincia veneta, con lo stand gialloblu di Indipendenza, collere razziste, evasione fiscale, debiti, il momento della santa messa. Ottimo anche l’evento gastronomico casalingo delle lumache vissuto subito come momento aggregativo. La storia comincia a finire male, ma l’autore Alessandro Rossetto ha pensato a tutto. È arrivato al suo primo lungometraggio a cinquant’anni e con ancora qualche incrostazione impartitagli dal Dams di Bologna (tentazione ralenty, gestione smaniosa del climax ascendente, attraversamento di gatti in cortile, la scena al poligono, due api rinsecchite sulla tavola). Ma i suoi personaggi sono tutti al crepuscolo e lui conosce gli schemi giusti per superare e separare documentario e finzione. Applausi.

Joe (venezia70) è la bandiera delle anime buone e della loro lotta per affrancarsi. Nicolas Cage ha allestito e paga regolarmente la sua squadra di boscaioli per l’avvelenamento degli alberi da abbattere. Tye Sheridan (questo è uno che presto sfonda) è un 15enne con padre ubriacone e violento. «Non posso sporcarmi le mani per ogni sciocchezza» gli dice il protagonista, che in prigione c’è già stato e che ora si concede al massimo la trasgressione di andarsi a far spompinare nella casa bordello delle sue amichette, portando prima la sua bulldog americana a sbranare la belva di guardia, e concentrandosi poi sui fiocchi di neve alla parete mentre la tipa ha già aperto la bocca. Sotto la bandiera sudista si conoscono tutti, sempre pronti a fare a cazzotti, mentre le donne possono essere solo madri fallite, puttane o sognatrici di cene al ristorante dopo essersi fatte aprire per scendere la portiera dell’auto. David Gordon Green firma un’altra via per redenzione, pick up e fine del sogno americano. Tutto molto riuscito, compreso l’understatement e il mainstream dell’argomento.

Grazie a The Canyons (fuori concorso) e solo al terzo giorno di Lido ho rischiato l’abbiocco. Neanche i giochini erotici filmati con il telefonino tra il pornoattore protagonista (è vero, googlate James Deen) e Lindsay Lohan riuscivano ad eccitarmi. Chiamano ragazzi dalle chat, li fanno entrare in casa loro e li lasciano lì a menarsi l’uccello mentre loro due fanno un po’ di maialate assortite. Ovviamente non si vede nulla, e altrettanto ovviamente quando si passa al tavolo a quattro sono le donnine che iniziano a dettare ritmi e temi del gioco, e così il maschietto si ritrova a farsi succhiare un po’ il cazzo dall’altro omarello nell’orgia. In verità tutta ‘sta gente perversa starebbe lavorando ad un film, perlomeno tra una seduta e l’altra dallo strizzacervelli. Sempre sul filo di noia e ridicolo, ecco l’ennesima prova che neanche un gran bel paio di tette può salvare il sopravvalutato cronico Paul Schrader regista. Che tra l’altro gli unici spunti buoni li copia dal De Palma calante degli ultimi anni, e vorrebbe acchiappare attenzione e sconcertare il pubblico pagante con le storielle della Hollywood decadence.

Yuri Esposito (biennale college - cinema) è uno dei tre progettini finanziati dal laboratorio ad alta formazione messo in piedi dalla Mostra per aiutare i talenti emergenti. Il risultato è ottimo e l’obiettivo è centrato. La storia dell’uomo più lento del mondo, costretto a stabilizzare con un vaccino il suo handicap di costrizione ad una velocità di un quinto rispetto a quella delle persone normali, nasconde in realtà una finissima opera di fantascienza e non solo di omaggio. Nell’eleganza del regista Alessio Fava, che dirige sul set la faentina adottiva Beatrice Cevolani nel ruolo di spalla della moglie di Yuri, qualcosa si può ancora correggere, ma il suo uomo più lento del mondo, in fondo, si chiama e si muove come Gagarin nel cosmo. Bella intuizione.

La Voce di Berlinguer (fuori concorso proiezioni speciali) avvia con un anno di anticipo il trentennale della morte del grande leader comunista. Ma sono solo 20 minuti di faccioni su comizi fuoricampo coperti da un sound assordante.




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29 agosto 2013

>MOSTRA DI VENEZIA 2013 - 2

Non tutti sanno che alla fine della Seconda guerra mondiale, nella Germania occupata dai sovietici c’erano bambini orfani in fuga nei boschi, dalla fame, dalla sete a caccia di sopravvivenza. Wolfskinder (Wolfschildren) (orizzonti) è la loro storia, o perlomeno, una prima testimonianza per il grande pubblico, fuga di due fratelli verso quella Lituania che opponendosi ai comunisti aveva ancora famiglie contadine disposte ad accogliere i piccoli tedeschi. Loro fumano, hanno lo sguardo consapevole dell’innocenza, rubano un cavallo e lo uccidono per mangiarselo, bevono la pioggia e giocano colorandosi lingua e labbra del viola dei mirtilli. «Sei mai stata in una città? O al mare?» chiede il più piccolo a una nuova compagna di viaggio, prima di procedere a seguire diligentemente una struttura e una scrittura che, nonostante proceda solo per elencazione (le attività, le difficoltà, l’alimentazione), regge fino in fondo senza annoiare mai.

Julia (giornate degli autori evento speciale) è documentario su questa transessuale lituana, la più brava della sua scuola d’arte, che però sceglie la strada di Berlino e della prostituzione. «In strada faccio il prezzo e se non va bene “arrivederci”» dice. Julia K., per la precisione, è un’alcolista, si droga bucandosi nei polsi, continua a battere, raccoglie i mozziconi da terra, prende le botte e perde la strada di casa, che poi sarebbe il fetido sottoscale del cinema porno in cui trova rifugio e fa le sue marchette. «Tu devi farti rinchiudere immediatamente» le dicono tornata al villaggio per esigenza di copione (la regista e sceneggiatrice è una fotografa a tema queer che per un poco ha offerto sesso come la protagonista). «Questa è una vecchia credenza sovietica» risponde Julia K. strafatta, sfigurata, sui trampoli leopardati comprati a venti euro. Ok, abbiamo capito che ha iniziato a bere «per sciacquare via lo schifo», e ok, questo è un biohorror senza compromessi sociosessualesistenziale eccetera eccetera sulle identità di genere e sull’umanità ai margini. Dovrebbe (dis)turbare? E invece mostra solo quanto invece di farci 88 minuti in hdv destinazione festival, ci sarebbe stato bisogno d’aiuto.

Dopo il bucato, in Via Castellana Bandiera (venezia70) hanno steso ad asciugare un reggiseno rosso. Dà colore, dovrebbe essere come minimo una coppa C e fa capire che comunque ci si muove dalle parti del cinema vaginale, quello di donne fatto dalle donne. Il problema è che questa volta è fatto anche da una compagnia di teatranti, tutti a interpretare in volto e accento gli abitanti di questa strada stretta, in cui due macchine nei diversi sensi di marcia chiedono la precedenza. Cioè la retromarcia dell’avversaria. Tutto ovviamente è surreale, la via inizia con le scommesse, la risata è amara, metafore, simboli, allegorie stanno in agguato e l’imboscata riesce solo ai danni di chi non è preparato anche al peggio. Perché Emma Dante è partita dal suo romanzo, poi ci ha lavorato sul palcoscenico e oggi si bulla di un’opera prima ancora sullo stesso testo. E il limite del teatro al cinema è proprio questo, non è tanto questione grammaticale di messa inscena, che qui quando funziona procede spedita e quando zoppica comunque incuriosisce: prima la macchina da presa fagocita, durante il regista digerisce e dopo il fascio di luce proietta. Al netto dell’urgenza civile di raccontare l’Italia di oggi per spiegare il film in conferenza stampa, forse varrebbe la pena chiedersi se non sarebbe bastato fare un corto.

Il film inizia informando i cortesi spettatori aborigeni che le immagini potrebbero anche essere accompagnate da voci di aborigeni morti. La magia di Tracks (venezia70) è che il preciso John Curran non lascia niente al caso: la storia è vera ed è quella pazzesca di Robyn Davidson in nove mesi degli anni Settanta di deserto e luoghi proibitivi arrivò da Alice Springs all’Oceano indiano, quasi tremila chilometri d’Australia con la cagnetta e tre cammelli, dopo aver lavorato a gratis per apprenderne la dura arte dell’addestramento. Motivo dell’impresa: anticonformismo e ricerca eremitica di sé. Sponsor: National Geographic, che punta alle foto e mette alle calcagna dello spirito libero un l’imberbe più irritante possibile. È un film bellissimo, dove ad un’azione di mille difficoltà né corrisponde una uguale e contraria illuminata dalle infinite luminosità dei posti più selvaggi del pianeta. E poi ci sono i miraggi e la ritualità aborigena da rispettare, tra luoghi inviolabili, banditi alle donne e sapienza ancestrale. Diranno pure che Mia Wasikowska è in stato di grazia, ma qui sappiamo che numero uno la ragazza ci è nata. E come accade con la più grande letteratura di viaggio, subito si vorrebbero più e più spesso virgolette di dialoghi, poi si vorrebbe invece riuscire a de–scrivere così. Potente.

Fuck Bombers. Basterebbe già il nome del sodalizio di questi giovanastri cinefili a fare di Jigoku de naze warui (Why Don’t You Play in Hell?) (orizzonti) un imperdibile capolavoro oltre il genere. Chi storce il nasino o alza il ditino all’insù al primo ideogramma, si accomodi altrove, il posto c’è sempre. I nostri eroi, mentre la bimba del boss canta e sorride in tv nello spot di dentifricio e spazzolino, hanno già il Bruce Lee di Giappone, l’action hero che il loro film dovrà stagliare nel mito. Il passo verso lo yakuza sfrontato e farsesco è presto fatto, con due clan rivali pronti a far scorrere la vena più splatter. Sion Sono firma l’inno della mia gioia e proclama la sua carnefiCinema, in una lezione magistrale di set e furore di intrattenimento che anche la fu Venezia del sempre divo Marco Müller non dimenticherà mai. Anche per questo, viva oggi Alberto Barbera.




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