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7 settembre 2012
>MOSTRA DI VENEZIA 2012 - 10
Mi ricordavo ancora il cazzo dentato di The Black Dahlia e così quanto Brian De Palma fa aprire il cassetto con i giocattolini erotici di Passion (venezia69) ho pensato subito a quanto il più dotato (e innamorato) nipotino dello zio Hitchcock sia invecchiato in questi ultimi anni. Robetta elegante, per carità, di vetro o cristallo o con dorature smaglianti, ma in definitiva dildi e attrezzi vari che possono stupire solo per la loro lunghezza e non per la loro fantasia. Va da sé che lo spartito è lo stesso, con il triangolo stavolta sullo sfondo di un’azienda di marketing, alle prese con la campagna di lancio del nuovo Panasonic Eluga. Il nuovo smartphone va pure sott’acqua, a Rachel McAdams e Noomi Rapace non sapremo quali rimproveri muovere e i cinefili oltre ad apprezzare il mestiere del montatore, sapranno valutare tutti i diversi mezzi con cui il regista cerca ancora di esprimere le virtù illusionistiche e mistificanti del cinema. I colpi sono di stile, la trama è scaltra, il balocco completamente gelido.
| inviato da clos il 7/9/2012 alle 21:42 | |
6 settembre 2012
>MOSTRA DI VENEZIA 2012 - 9
Con Héritage (Inheritance) (giornate degli autori) siamo dalle parti della questione femminile, e da quelle che confermano che un grande attore, in tal caso attrice, può anche essere un regista medio. Hiam Abbas dirige un film che porta a casa la pagnotta e prende i suoi applausi, con un cast di donne bellissime e un conflitto culturale strisciante e permanente. C’è l’inglese da sposare, ma intorno alla sventurata già è un gran fare a cucirle addosso l’onta del disonore familiare. E dire che i suoi fratelli non se la passano affatto alla grande, mentre elicotteri e boati di missili giunti a destinazione calpestano la serenità di tutti gli abitanti di questa terra in cui il primo conflitto resta quello contro l’ordine sociale imposto e dominante. Dai maschi, la cui posizione non è aggravata né alleviata da questo film affatto inedito, per nulla originale, troppo convenzionale e persino con venature vagamente imitative.
| inviato da clos il 6/9/2012 alle 22:9 | |
5 settembre 2012
>MOSTRA DI VENEZIA 2012 - 8
Preceduto
dall’affezionatissima numerazione, la considerazione sorge spontanea. Pieta
(venezia69) è il diciottesimo film di
Kim Ki-duk, cioè, senza scomodare le numeralogie, quello della maggiore età.
Dev’essere per questo che pur entusiasti del risultato scioccante di questo
ritratto terribile e tragico (terribile nel senso etimologico della facilità e
della spontaneità del fare, e tragico nel senso greco del termine) sulle rovine
cui porta il denaro e sulle macerie a cui conducono gli affetti, prima della
parola capolavoro viene in mente censimento. Perché questo diciottesimo
orgoglioso titolo del coreano, storia di maternità e segreti svelati con
protagonista un efferato riscossore di crediti usurai, che non esita a
storpiare le sue vittime con macchinari ingegnosi e meccanici per riscuotere
così i soldi dell’assicurazione, contiene tutto il grande cima di Kim visto in
precedenza: sadismo, tortura e violenza, odio, vendetta e perdono, capitalismo,
dipendenza e abbandono, vittime, carnefici e noi spettatori. Il risultato è
forse migliore che altrove, ma il censimento, chiusa la pratica, è destinato
all’archiviazione.
Spring
Breakers (venezia69) è stato il
fortunale che sotto la pioggia settembrina si è abbattuto sul lido. Un film di
Harmony Korine, che avevamo lasciato a dirigere allegorici figuri mascherati da
anziani a simulare atti sessuali completi con cassonetti e pali della luce. Un
film di Harmony Korine, che ritroviamo a dirigere icone di Disney Channal mascherate
da fighe a far simulare atti sessuali orali con mitra e pistole. Un film di
Harmony Korine, che ritroviamo in concorso a una Mostra internazionale d’arte
cinematografica con qualcosa di suo, che gli permette di godersi il concorso
ora e di riguardarsi indietro poi senza avere nulla di cui pentirsi. Gli hanno
dato tanti soldi quanti non ne ha mai avuti, non ha nemmeno saputo come fare a
spenderli tutti, e questo è il limite produttivo del film, e lui si è inventato
questo miraggio della trasgressione disperata e delinquente durante le vacanze
di primavera, con un James Franco dalla dentatura tutta diamantata, strisce di
cocaina sniffata sui seni, bikini fosforescenti, piscine, spiagge, culi di
modelle e abbondanti culi di negre, armi vere, incubi che camminano e ricerca
spirituale di gallinelle per cui «il segreto della vita è essere buoni»
Il
regista cinese di Gaosu tamen, wo cheng baihe qu le (Fly With the Crane) (orizzonti) è nato nel 1983 e non ha mai
raccontato così bene il suo paese vecchi. Lo scenario, mozzafiato nelle
immagini arse e sature del film, è quello rurale di un villaggio, in cui il
nonnetto vuol morire come tradizione comanda nonostante il nipotino, in una
sosta idraulica comune, abbia chiarito: «Sei anziano, ma il tuo pene è ancora
in forma, fa la pipì con agilità». Di mezzo ci sono i nuovi affari e le nuove
normative sulla cremazione, quell’inesorabile tecnica di modernità che avanza mal
tollerata nelle campagne. Il nonnetto vuole morire come tradizione comanda, e
nonostante il nipotino subito non capisca, non è certo immune al fascino della
leggenda. Serve una fossa, dunque, e poi il corpo potrà essere portato via
dalla gru bianca. Bellissimi personaggi, colonna sonora come mai si era sentita
prima in un film che batte bandiera della Repubblica popolare, e cinema girato
prima con la memoria, e poi con il cuore e con la mente.
Bella
addormentata (venezia69)
di Marco Bellocchio è più storia di principi azzurri che di Eluana Englaro, è
grande cinema, anche se non la scampa a certi dialoghi da copione italico, è
una robusta macchina di immagini, ed è una convinta dichiarazione d’amore al
complesso lavoro del regista. È buffo, buffissimo allora dover constatare che
questa volta la precisione e perfezione formale, ma in realtà di sostanza, non
era richiesta. No, questa volta, i famelici conservatori dei salotti buoni
della sinistra volevano il dibattito, chiedevano la disputa, reclamavano la
loro dose di polemica. Ed ecco invece servito un altro menù: il rumore del
respiratore artificiale, i parlamentari che fanno il bagno turno prima della
seduta in cui votare in materia di idratazione e alimentazione terapeutica, una
tossicomane ricoverata in camera singola dopo essersi tagliata i polsi, viaggi
a Udine di manifestanti di opposte fazioni fuori dalla clinica di Eluana, un
documentario sugli ippopotami e un senatore berlusconiano ma ex socialista che
anche se i polemici di professione non se ne sono accorti si chiama Uliano come
Lenin di cognome. Non è il menù dei sogni e c’è molto altro di più, per un
numero sufficiente di pietanze che basta a lasciare il tavolo a pancia piena.
| inviato da clos il 5/9/2012 alle 22:1 | |
4 settembre 2012
>MOSTRA DI VENEZIA 2012 - 7
L’entusiasmo naturale è una brutta bestia. Anche Outrage Beyond (venezia69) è una brutta bestia. Ma l’entusiasmo naturale per Takeshi Kitano è la bestia più brutta di tutte. Hanabishi e Sanno, patti del sake, uomini d’onore e fratelli giurati, giacche, cravette, tavoli. E poi la potenza di fuoco. Un film yakuza ha regole chiare, ma a volte allo spettatore non è chiesto di saperle accettere, è chiesto di volerle riconoscere. Tutta forma, si dirà, mentre la sostanza creativa del maestro ha preso qualche altro momento di ferie. Sbagliato. Qui non ci sono solo i morti ammazzati. Qui c’è la polizia che chiede ai clan se hanno armi da fargli sequestrare e clan con un codice etico migliore di quello dei poliziotti. Qui c’è chi si piscia addosso per la paura e il tradimento che ha la stessa coerenza e (ir)ragionevolezza di una storia d’amore. Qui si compie si compie il capolavoro paradossale del Kitano più commerciale e meno ispirato: dove chiunque altro rimedierebbe facendosi malinconico e crepuscolare, Takeshi reagisce imperturbabile e premeditato.
Inaspettato
sussidiario alla storiografia ufficiale, Terramatta – Il Novecento italiano di
Vincenzo Rabitto analfabeta siciliano (giornate degli autori evento speciale) è molto più di un documentario,
e in una Mostra che non volesse essere sempre e solo uguale a sé stessa
dovrebbe essere molto di più anche rispetto a una apparizione collaterale in
quello sgabuzzino che è la sala Pasinetti. Tra i tesori conservati nell’Archivio
Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano ci sono anche i quaderni di questo
incredibile genio italiano, scritti dopo aver vissuto la sua «vita disonesta» (auto
definizione), con ispirazione da grande romanziere e vocazione da prima firma
di un grande quotidiano nazionale. Perché analfabeta sì, nato nel 1899 a Chiaromonte Gulfi, ma
illetterato proprio no, tant’è che, ma neppure io lo sapevo, nel 2007 le sue
pagine sono state stampate da Einaudi. La brava Costanza Quatriglio non
svolazza pur rischiando di scimmiottare quel che a lei è piaciuto dei lavori
dei colleghi, ma mostra visivamente e rende viva e ancor più saporita quella
lingua inventata da Rabitto, con parole magari ortograficamente sbagliate ma di
sicura forza e sincerità, e mette in fila tutte le perle di un’incredibile
esistenza. La bestemmia in guerra come ciò che da più conforto e consolazione,
la partecipazione alla tortura su una ragazza goriziana dopo le trincee della
Grande Guerra, la tessera fascista, quella comunista per trovare un posto di
lavoro, la nascita dei tre figli maschi, l’orgoglio finale per essere riuscito
a superare l’esame di quinta elementare leggendo un libro sui pupi siciliani.
Non mi
avete convinto (giornate
degli autori evento speciale) ribadisce la sensibilità di Filippo
Vendemmiati, che da Aldrovandi passa questa volta all’eresia lunga un secolo di
Pietro Ingrao, che dal salotto di Lenola rivela: «Presumo di capire più di
cinema che di politica». Lui, infatti, avrebbe voluto fare il regista, ma
diventerà presidente della Camera e figura scomoda dentro alla disciplina di
partito. Ammette gli errori, innanzi tutto quello commesso in appoggio ai carri
armati sovietici, e si lamenta perché gli intervistatori lo fanno parlare troppo,
senza avere troppe domande. Ligio alla cultura del dubbio, continua a spostare gli
arredi nei salotti della sinistra, rammaricandosi che di sinistre ce ne sono
ormai troppo, ma soprattutto affondando nel finale: «Indignarsi non basta, c’è
un di più dove anch’io mi sono fermato». Vendemmiati mette tutto in scena
inventandosi questo suo alter ego che mentre fa finta di studiare ascolta in
realtà dalla radiolina l’intervento di Ingrao al congresso Pci dell’83. Il
bandierone della Spal non impedisce l’eccezionale inchino a un gigante nella
politica dei piccoli uomini.
I
film migliori continuano ad arrivare dalla delegazione israeliana. Menatek
Ha-Maim (The Cutoff Man) (orizzonti)
è il disperato ma mai miserabile, l’affranto ma mai distrutto uomo che chiude
la conduttura domestica dell’acqua potabile a chi non paga le bollette. Il
lavoro l’ha trovato a mezza età rivolgendosi al collocamento, e siccome la paga
è a cottimo, più tubi chiudi, più soldini guadagni, al primo giorno si gioca a
pari e dispari con il collega la giornata d’interventi. Il figlio è il secondo
portiere di una squadra di calcio non senza ambizioni, e deve partire per il
servizio militare. L’inesorabile sguardo di questo (anti)eroe ai tempi della
crisi si posa di noi a interrogarci mentre vediamo l’uomo costretto a chiamare
le forze dell’ordine per compiere il suo lavoro al riparo da sputi, insulti,
attacchi e aggressioni. È la democrazia, bellezza: infatti appena inizia la
campagna elettorale, il comune stoppa i tagli dell’acqua fino a dopo il voto.
Capisci
che il Portogallo è un Paese minore da Linhas de Wellington (venezia69), film sulla resistenza
lusitana a Napoleone che diventa ben presto il Noi credevamo dei poveri. Siccome la progettualità è la stessa in
tutto il mondo, e cioè anniversario a cifra tonda – richiesta della politica – studio
storico sul passato che ha lasciato tracce fortissime nel presente – cinema –
serie tv, va detto anche che Valeria Sarmiento a differenza di Martone non ha
fatto poi molto per personalizzare e rendere sua la fulgida retorica
patriottica necessaria a queste operazioni. Incastonato di presenze preziose
(da Deneuve a Piccoli), il compitino del film in costume è svolto comunque
egregiamente, anche se difficilmente potrà interessare, o magari solo
coinvolgere (ma il cronometraggio fa fare alle lancette 150 giri), chi non è
fortemente interessato all’argomento. Che poi, gran parte di quanto si vede, a
teatralità diffusa, camicie bianche e melodramma un po’ artificioso, dipende in
gran parte da alcuni grandi classici già sperimentati: preti rivoluzionari, mignotte
solerti e maestre d’esistenza, mogli vedove in gravidanza, soldati che
corteggiano mogli vedove in gravidanza, ragazze ricche un po’ mignotte e quindi
anche loro solerti e maestre d’esistenza. John Malkovich interpreta Arthur
Wellesley duca di Wellington che scarta disegni e quadri di guerra perché a suo
dire mostrano troppi morti ammazzati. L’intervallo (orizzonti) è una gomorrata talmente riuscita da essere a tratti
sbalorditiva. Il ragazzo venditore di granite e la ragazza con dipendenza da
reality show devono passare una giornata insieme, in uno spazio spettrale
grande come un castello e luogo che sarebbe da premiare cinematograficamente
inventandosi almeno un’Osella alla scenografia. All’inizio ci sono almeno dieci
minuti di troppo, ma poi il film prende il volo come quei cardellini del
giardino fuori dall’edificio abbandonato. Sappiamo che pioverà, perché Vincenzo
spiega a Veronica che gli uccellini si stanno passando sul corpo l’olio che
hanno sotto le ali, tipico dei cambiamenti repentini di tempo. Sappiamo che è
difficile anche solo fare pipì, perché oltre a non esserci vasino lì, la
sorveglianza dev’essere continua. Sappiamo che in errore ci è finita lei, e che
lui è lì soltanto per controllare che non scappi. Sappiamo che a fine giornata
arriverà il mafioso capetto di turno e finalmente avremo le spiegazioni che
cerchiamo. Intanto ci godiamo Alessio Gallo e Francesca Riso, di quei nuovi
attori rivelazione che sembrano più bravi e con le facce più giuste dei nuovi
attori rivelazione battezzati la volta precedente. Leggere i sottotitoli del
loro napoletano strettissimo non è mai stato tanto metaforico di una realtà
pericolosa e oscura che non conosceremo mai fino alla fine.
| inviato da clos il 4/9/2012 alle 19:3 | |
3 settembre 2012
>MOSTRA DI VENEZIA 2012 - 6
Giocano a pallavolo senza palla, perché così ha voluto Antonioni. Di Leones (orizzonti) basti questo, perché il resto è tutto ciò che al cinema non vorremmo mai vedere. Cinque sfigati ripresi di spalle si aggirano per boschi, si perdono, con tutte le accezioni e i significati che ha il vagare per ritrovarsi. Natura e destrutturazione degli schemi, spazio e tempo, essere o non essere, e la presenza più o meno metafisica del male. A dirigere c’è ovviamente la solita artista visuale, passaporto argentino che alla sua opera prima non si accorge che di come lei vuole insegnarci a stare al mondo a non frega un cazzo. Questa sarà pure arte cinematografica, ma puoi fuori dalla Mostra di cinematografico ci sono le sale. Che sono luoghi dati agli spettacoli, non a queste robe insopportabili.
I pirati somali hanno un
mediatore. Nero, ottimo inglese, si rifiuta, si offende e si incattivisce se
viene anche solo accostato alla gentaccia per cui lavora. È questa la prima
sorpresa di Kapringen (A Hijacking) (orizzonti), che a borda della nave danese sequestrata nell’oceano
indiano mostra anche scene di giubilo, soprattutto alla platessa pescata, e
sequenze di socializzazione tra equipaggio e terroristi. In patria, nel
frattempo, la trattativa per il riscatto è un business. Consulenti esterni,
strategie, incontri con la stampa e i familiari. Passano quattro mesi, ma
quando i pirati danno un cesso al cuoco di bordo, lui li ringrazia per la
pisciata in tazza: «Meglio della gnocca». Violenze psicologiche e
maltrattamenti, riunioni e telefonate satellitari. Mai visto ricostruire,
gestire e reggere meglio contemporaneamente le insidie di scena, la tensione di
sceneggiatura e il finale di film.
Al minuto uno, con il
compasso incide sul banco una pasciuta A cerchiata, ma dopo dieci minuti è già
lingua in bocca con una tipa a tettine scoperte. Après Mai (venezia69) è autobiografico, a Olivier
Assayas va portato sempre rispetto, ma senza ancora essere iniziato conferma
subito che le generazioni che hanno fatto il Sessantotto, il Settasette, e
anche tutti gli anni nel mezzo, partecipavano ai movimenti soprattutto per
avere una buona scusa che li avrebbe fatti scopare molto più che tutti i
coetanei delle contestazioni successive. Il formidabili
quegli anni del regista parigino dura due ore, ma se non fosse che la
seconda parte è molto più ripetitiva, meno ricca e vivace della prima, il film
si vedrebbe tutto d’un fiato. Lo schema però è sempre quello del filtro della
contemplazione. Battute come «È controllato dai trotskisti» detta dalla biondina
del liceo all’intervento del nostro eroe artista, o i siparietti sulla sintassi
cinematografica corretta da proporre ai compagni proletari di tutto il mondo
unitevi, sono riportate mediate e corrette dalle valutazioni dell’oggi, e
riproposte dunque secondo uno schema di verità che ha già fatto le sue
valutazioni, non che le sta costruendo. Anche perché oltre alla diffusione di
varia stampa comunista e all’attacchinaggio manifesti abusivi, ci sono le
botte, le indagini di polizia in corso, le fughe all’estero, le comuni,
l’utilizzo di tutte le droghe. E neanche Assayas riesce a fare passi avanti
nella revisione dell’estasi.
Con Disconnect (fuori concorso) è spuntato un altro
Paul Haggis. Non è un bene, e questo Henry-Alex Rubin, oltre ad avere un trattino
nel nemo, non è pure meno bravo, eppure il suo lamento sui social media è
nitido, e soprattutto è un lavoro serio. Ci sono le cazzate che i bimbetti
fanno su Facebook, con identità fittizie e scherzi ormonali ai compagnucci. Ci
sono le identità rubate in chat, con carte di credito svuotate e pruriginose
violazioni di privacy. Ci sono ragazze e ragazzi in vendita, mostrati non
nell’attività artigianale dello spettacolino in chat dalla loro cameretta, ma
rinchiusi in una palazzina industriale dove il magnaccia di turno assegna gli
alloggi e preleva la sua parte direttamente alla fonte. Comprensibile e
accessibile anche da chi per età o interessi è poco avvezzo alla tecnologia, il
lato oscuro di internet emerge a montaggio alternato e a ricorrenze corali, i
ragionamenti incrociati di sociologia riescono a non essere troppo spiccioli, e
pure le facce del cast sono quelle giuste.
La nave dolce (fuori
concorso proiezioni speciali) è il titolo degli scroscianti applausi ai
18-20mila albanesi che nell’estate ’91 arrivarono in stato giuridico di
clandestina al porto di Bari, ma è soprattutto il titolo degli scroscianti
applausi a Daniele Vicari che tempi televisivi, giusto sound e Kledi come icona
dell’albanese ripulito che ci piace vedere fa trionfare il documentario. Sia
chiaro, il successo è di quelli che aiuta tutti e che fa del bene al cinema
italiano. Vicari, tra l’altro, bravo davvero lo è già e già da molti anni,
diciamo da almeno sei, quando a Venezia portò il tema del lavoro e non ottenne
gli stessi applausi. Il suo aggiornamento del lavoro commissionato dal
presidente Eni (quando presidente dell’Eni era un certo Enrico Mattei) a Joris
Ivens, raccontava le insufficienze industriali, le fonti d’energia alternative,
i fallimenti delle strategie gestionali, l’avversione di comitati di cittadini
comuni alla petrolchimica, oltre alle speranze dei viaggiatori italiani di un
Trapani-Francoforte che poco aveva da invidiare alla Vlora. E tutto era
preciso, sereno. Qui sfido chiunque di quelli che hanno reso scroscianti gli
applausi a spiegare qual era l’esatto punto del contendere tra Cossiga e il
sindaco Dalfino, collega di partito nella Democrazia cristiana. Perché a volte,
a strizzare l’occhio al grande pubblico, si rischiano di vedere le cose con un
occhio solo.
| inviato da clos il 3/9/2012 alle 16:23 | |
2 settembre 2012
>MOSTRA DI VENEZIA 2012 - 5
Spostarsi quando c’è la
neve è sempre stato difficile. Leone Tolstoj, ai tempi della slitta, ci
ricordava quanto bastasse poco per sfiorare un dramma. Boxing Day (orizzonti) prende il suo testo e lo
butta in mezzo alle nevi del Colorado ai tempi della crisi economica. «I soldi
richiedono un pensiero dinamico e attivo» dice l’impresario che punta sugli
immobili sbriciolati dai subprime per risollevare le sue sorti non solo
economiche. Prende un autista, puntano il navigatore satellitare e partono. Un’arrampicata.
In montagna, metafora del ghiaccio e degli specchi del destino incerto. Maschile,
vigoroso, digitale. Bello.
Il film più coraggioso, da
girare e selezionare in concorso, è di sicuro Lemale Et Ha’Chalal (Fill
the Void) (venezia69) con
ebrei ultraortodossi, promesse spose, matrimoni combinati e tanta sofferenza,
di quella che si sa porta a essere più vicini a dio. Lo firma Rama Burshtein,
ed è un’opera prima di speciale e singolare potenza, sia espressiva che
contenutistica. Testimonianza culturale nell’accezione proprio di affermazione
più schietta e credibile, ribalta ogni obiezione possibile su ruoli della donna,
emancipazione femminile, autodeterminazione della moglie, e grazie alla
limpidezza e alla serenità delle immagini inchioda i benpensanti alla libertà
di questo mondo pazzesco, dove qualsiasi legge divina sarà vagliata dalla laicità del rabbino, e dove il
matrimonio è l’asse portante di una identità isolata e orgogliosa, eletta, uno
stendardo da difendere perché insegna dell’ingresso nella società dei grandi. Una
bella lezione anche per chi non ha ben chiaro che cosa sia e significhi il
cosiddetto tanto decantato politicamente
scorretto.
Prima ancora dei fischi
della Sala Darsena, e dei titoloni di Repubblica
a enfatizzare un’ordinaria contestazione dell’iconoclastia contemporanea, ad
appannare la stella di Terrence Malick è stato lui stesso. To the Wonder (venezia69) non è un Malick minore, è
semplicemente il secondo film in due anni di un regista mitico anche per aver
centellinato la sua arte con cinque titoli in oltre tre decenni di attività. Diventare
estremamente prolifici con un’estetica così ricercata e sottile, significa limitare
il proprio essere sofisticato, e buttarsi in pasto alle critica. Da questi
parti ci si sottrae ai dibattiti con l’assoluta sincerità di una soglia d’attenzione
alta per la prima mezz’ora. Forse anche troppo. La poesia fonde al primo campo
di grano, Malick cola a tutti i suoi virtuosismi, di macchina, di luce, di
spiritualità e grandezza, di rapporti ascetici, attoniti, di ricerca infinita.
Io lo confesso, chi altro ammette di essere crollato nel sonno? La sopravvaluta cronica
Susanne Bier si è appostata al botteghino. Den skaldede frisør (Love
is All You Need) (fuori concorso)
mette insieme furbizie matrimoniali compiacenti e appassite al punto che persino
io, noto zuccone, dopo cinque minuti sapevo esattamente quello che sarebbe successo.
Ossia che dopo tante peripezie la tumorata dalla parrucca sexy sarebbe andata con
il Pierce Brosnan a cui la morte della moglie aveva fatto fare la scelta di rinunciare
alle donne, che il matrimonio dei loro figli sarebbe andato a monte il giorno dell’altare,
con il futuro e mancato maritino a scoprirsi sedotto dal suo lato gay, e
persino che il fratello della sposina, militare impegnato in una non meglio
specificata missione all’estero, non sarebbe mancato alla cerimonia a cui
invece aveva detto di non poter partecipare. Il tutto ambientato a Sorrento,
così da cartolina che chi applaude entusiasta l’ha nemmeno riconosciuta, e
parlato in danese, italiano e inglese, perché l’ex 007, chiamato solo per pemettere
la miglior vendita del prodotto, lavora da talmente tanti anni a Copenaghen che
non ha ancora imparato la lingua. A Natale distribuisce Teodora, e che per i
cialtroni delle feste sarà costretta a doppiare tutto.
Küf (Mold) (settimana della critica) li mette tutti in fila. Un pianosequenza,
pur a camera fissa, apre il film, con il padre protagonista a confronto con l’ispettore
di polizia, poi la scena dell’incidente sul lavoro, poi quella in notturna,
dall’albergo, con le finestre a vetri su Istanbul. Basri lavora per le ferrovie,
controlla i binari. A piedi. Suo figlio però è stato prelevato dalla polizia
per attività antigovernative. Diciott’anni fa. Lui lo cerca, il film è
dirompente. Il regista ha trent’anni, trentuno, si chiama Ali Aydin. Se in
Italia prima ancora della prima mondiale veneziana si è mosso Nanni Moretti con
la Sacher, è probabile che si risenta parlare di lui. Che nel frattempo, alla
sua opera prima, con una solidità tutta turca già conosciuta e apprezzata da
queste parti in passate edizioni delle sezioni collaterali della Mostra, e un
perfezionismo da manuale, insegna la new wave del film politico che ha cuore i
suoi desaparecidos.
| inviato da clos il 2/9/2012 alle 19:6 | |
1 settembre 2012
>MOSTRA DI VENEZIA 2012 - 4
Cherchez Hortense (fuori
concorso) ha tutta la forza del grande cinema popolare francese, cioè buona
parte di ciò che potrebbe migliorare i nostri titoli commerciali degli ultimi
anni. Col buon professore universitario sembra tutti che facciano apposta: la
moglie regista teatrale lo tradisce con il giovane attore della compagnia, il
padre improvvisamente gli svela di non aver disdegnato qualche pratica
omosessuale e la bionda del bar non è la francese che pur sembrerebbe, ma
un’immigrata da aiutare grazie ad amicizie al Consiglio di Stato prima che le
leggi la rispediscano tra Serbia, Croazia e Montenegro. La perfezione d’attore
(Bacri, Carré, Scott Thomas) è emozionante, la sceneggiatura chirurgica, la
cura di tutto magistrale, la regia di Pascal Bonitzer sopraffina, ogni criterio
e intuizione scaccia sul nascere la frivolezza della sciocca commedia e
conquista con leggerezza e decisione.
Nel cantone di ciò che è
buono è giusto, un festival che si rispetti deve ossequiare la primavera araba.
Occhio però a non perdere sotto il battiscopa quel tanto di cinema necessario
all’evento. El sheita elli fat (Winter of Discontent) (orizzonti) alimenta il faro di speranza
tenendo per fortuna non troppo a lungo il Lido a digiuno. C’è la bella femmina
volto della tv egiziana che si ribella all’imposizione di informare solo
secondo la volontà del regime. C’è il funzionario di Stato che si interroga su
quanto la tortura serva davvero alla sicurezza nazionale. C’è il progettista di
software in lavoro domestico che dalle torture ci è passato, è stato liberato,
ha perso la madre e la fidanzata, e in quel fatidico 25 gennaio 2011 prende
coscienza di quanto la rivoluzione cambierà ancora e per sempre la sua vita e
il suo Paese. E quindi ok, tutti a piazza Tahrir, in uno slalom tra fratture
temporali, intrecci corali ed equilibrismi visivi. Un film di occorrenza e di
circostanza.
Inutile descrivere i deliri
assortiti delle giornate evento a Venezia. Paul Thomas Anderson con il suo The
Master (venezia69) resterà la
copertina di questa edizione. Il film si adegua alle esigenze del protocollo. Il
racconto della setta, e del plagio, e dell’esercito–nido rifugio plasmato dalla
comunità di meditazione per gli interessi del padre padre padone, è tutta e più
che altro trepidazione d’attesa, astratta e cerebrale, e non tumulto di cuori,
definito e passionale. Persino la confezione, forse ancora più sontuosa di Il Petroliere, è probabilmente meno
memorabile, anche se Phoenix e Seymour Hoffman dovrebbero affettarsi la Coppa Volpi a metà. Chissà,
sarà che all’impatto con la sua idea di cinema questa volta sappiamo già dove
il regista vuole portarci, o che a un certo punto arriva il momento in cui
chiedere all’infinito talento anche qualcosa di altro. Forse proprio ciò che
questo capolavoro, condannato a essere tale e tormentato nel cercarsi una
ragione–confessione per esserlo, cerca nel suo complesso, ambiguo cammino.
Di pulviscolo, dalla botola
del soffitto in cui è conservato Cinico
Tv, non dovrebbe più uscirne. È stato il figlio (venezia69) è uno studio naturalista
senza pari sui tratti delle caricature che popolano la nostra Italia più reale
e illegale, alla periferia di Palermo dove i bambini possono giocare per strada
tra carcasse di vecchie auto e rimanere ammazzati negli agguati di Cosa nostra.
Il film di Daniele Ciprì è perverso, grottesco, spietato, ma soprattutto
arrabbiato, furioso, con questo degrado depravato, irrimediabile anche
esteticamente, tragico, arrugginito, dove l’unica legge è quella dell’omertà,
per cui non importa nemmeno chiedersi come la morte di Serenella sia potuta
accadere. La famiglia, in attesa del rimborso dello Stato per le vittime di
mafie, continua a precipitare nel malsano, strozzata dagli usurai, soffocata
dalle proprie afflizioni. Se tutto questo abbia o meno un valore anche
artistico, autoriale, se il film di Ciprì, diverso e in più punti inadeguato,
polemiche a parte sulla prestazione di Servillo (comunque notevole nella sua
carriera e nelle preferenze del pubblico), faccia stringere tra i pugni anche
qualcosa di più è difficile dirlo. Ma serviva un mostro, e adesso vedremo chi
se la squaglia e chi invece proverà a domarlo.
(Attenzione. In questo
paragrafo utilizzerò l’articolo la
nell’orrida posizione davanti ad un cognome di donna. Prendetelo come un segno
di rispetto, come tratto distintivo che magnifica la diva, quella vera, del ruggente cinema italiano del dopoguerra,
fosse anche solo per identificarla dalle insulse sciacquette dell’oggi). La
guerra dei vulcani (venezia
classici – documentari) è ciò che accadde quando Roberto Rossellini tradì
Anna Magnani con Ingrid Bergman, una triangolazione tra fuoriclasse. Il nuovo
amore non potè ovviamente che nascere sotto le stelle del cinema, la sfida di passione
e attrazione si mescolò alla lavorazione di due film alle Eolie, ai pionieri
delle riprese subacque, ai copioni copiati. Se Rossellini cucì addosso alla
Bergman il ruolo di Stromboli, la Magnani rispose sul set di
Vulcano, produzione diretta
dall’americano medio William Dieterle. Il documentario Luce non racconta
semplicemente la storia sfoggiando materiali d’incanto dai suoi potentissimi
archivi. Francesco Patierno, di cui ai tempi del mio stage in Wilder
riecheggiavano le nobili gesta, ripesca e rimonta spezzoni di film e
cinegiornali come fossero vere dichiarazioni dei protagonisti. La voce di
Ilaria Stagni a raccordare le scene non riesce a rovinare un gioiellino di
smagliante scrittura e cinefila venerazione.
| inviato da clos il 1/9/2012 alle 19:4 | |
31 agosto 2012
>MOSTRA DI VENEZIA 2012 - 3
Ci ho messo un pochetto a
entrare in At Any Price (venezia69). Preso troppo sul serio il
business dei semi naturali, di quelli ogm e del loro riuso, e la conquista
commerciale dei mercati di contea in Iowa, all’inizio ho pensato pure pensato
che Dennis Quaid nemmeno fosse adatto per indossare la camicia a maniche corte
dell’agricoltore moderno. Ramin Bahrani è avveduto, e sveglio: con la scusa della
provincia americana profonda ecco che piazza invece gli stati generali
dell’umanità, quella totale, completa, abissale, quella che non vogliamo
vedere, per paura che già sia la nostra. Già, paura. Quella che ti fa alzare il
piede dall’acceleratore alla prima gara su pista, dopo essere stato campione
assoluto di Figure 8 e a cui l’amore di mamma ha portato in dote 15mila
dollarini per correre. Lotta, abbandono, affari, silenzio, patria e morte. E un
ruolo della donna che le femmine di Se
non ora, quando dovrebbero studiarsi a lungo. C’è il cuore, che è quello
dell’America, e quindi di questo mondo, per modello di competizione globale o
più semplicemente per modello di sopravvivenza. Applausi.
Paradies: Glaube (Paradise: Faith) (venezia69)
è il secondo capitolo di una trilogia iniziata a Cannes. No problem, tanto
Ulrich Seidl continua a rifare sempre e solo sé stesso, poca fatica e molto
presto anche pochissimo gusto. La tipa dice a Cristo che è il più bell’uomo che
conosca, poi si flagella la schiena a tette scoperte. Con la statua della
madonnina in mano gira le case dell’Austria come fosse una Testimone di Geova e
va a vedere l’orgia nel parco di notte. Mette il cilicio e pregando gira
inginocchiata tutta la casa. Poi torna il marito islamico ridotto su una sedia
a rotella e il tempo libero della signora sarà molto meno e molto diverso. Sarebbe
una barzelletta fetish e funesta sul fondamentalismo cattolico, ma Seidl è uno
totalmente incapace di ironia, e abile solo con quel disprezzo più simile
all’alterigia che non al cinismo. Ma siccome tanto ormai non sa nemmeno più
fare a girare con la camera fissa, se vuole essere davvero figo e politicamente
scorretto alloro il suo conflitto tra adorazione cieca e amore cristiano lo
giri come prodotto da multiplex per il sabato sera.
Sfiorando il muro (fuori
concorso proiezioni speciali) ha il senso del sollievo, e il valore della
condivisione. Silvia Giralucci quelli delle Brigate Rosse hanno ammazzato il
padre neofascista, nella Padova degli anni Settanta capitale degli opposti estremismi.
Lei ammette subito che da piccola aveva una vaga paura delle persone con in
capelli lunghi e nel suo viaggio per cercare il perché e il percome sia potuto
succedere finisce in Francia a bere il caffè nella cucina tugurio di ex
eroiname, scappato tra le braccia di Mitterand per fuggire al reato di banda
armata. Il titolo evoca le scritte di guerre, le k, i boia e i compagni fuori dalle galere. A parlare
di documentari, la voce fuori campo è troppo scritta e troppo letta, e la
musichetta di sottofondo è già abusata al primo giro. A parlare di storia c’è
quella intima e personale si fa collettiva con i soliti schemi. A parlare di politica
c’è che i cuori neri di oggi, per gran parte schifoso marciume in orbita Forza
Nuova, vengono mostrati nella procedura cerimoniale della fiaccolata con
disciplina militare, pardon, cameratesca, con Silvia ai margini ma pronta a
dire nel suo film che per il padre non le sembra poi questo il ricordo
migliore. Si può quindi parlare solo di famiglia e di ricordi, e inserire con
rispetto una nuova tesserina al mosaico della memoria di quelle generazioni che
hanno abbracciato l’ideologia per morire sparati.
Welcome Home (settimana
della critica) è il tipico caso di film–catalogo–alla–mano, per farsi
suggerire da note di regia e commenti del comitato di selezione quegli spunti
che proprio non si sono visti né trovati. Così, mentre sullo schermo vediamo
soprattutto gente che scopa, spinelli in auto prima di una festa giacca e
camicia, un iraniano di ritorno in città e la stessa ragazza che scopa poi
investita dall’auto di quelli che fumano erba e infine in ospedale al reparto
di terapia intensiva, sul libretto magico leggiamo robe tipo «Bruxelles e i
suoi abitanti sono una fonte inesauribile di ispirazione» e «il film tratta
delle difficoltà che essi affrontano entrando in relazione», oppure che si
passa «con naturalezza dai momenti di intimità agli spazi sociali» o che «il
prezzo della modernità» è lo stesso, «sia per una grande città che per una
donna». Suvvia, siamo seri: questi sono i giovani d’oggi, infelici e irrisolti,
rampanti e penosi come la saccenza autoriale di un declamatorio film belga.
Il colpaccio con cui Luigi
Lo Cascio riguadagna all’istante tutti i punti che aveva perso s’intitola La
città ideale (settimana della
critica) e prima di scomodare Kafka o iniziare le critiche, bene sarebbe
fermarsi a valutare lo sforzo produttivo completamente nuovo che il cinema
italiano si è regalato con questo film. Sull’inesplorato territorio onirico, l’opera
prima dell’attore che interpretò Peppino Impastato racconta la storia di un
architetto siciliano immigrato a Siena, ecologista praticante, sincero nelle
sue piccole e grandi manie (lavarsi con acqua piovana, raccogliere cartacce e
mozziconi per terra, tenere al freddo i colleghi dell’ufficio) fedele al motto
«Buio ai consumi, notte agli sprechi». Una sera prende la macchina elettrica di
un amichetto, trovando sulla sua strada a terra investito un pezzo grosso della
Siena che conta. «Lei è inumano» gli dirà il procuratore che aprirà un
fascicolo penale sull’incidente, «perché tutti vogliono vincere, lei vuole la
verità». Ovvio che la città del Palio è solo una scusa per portarsi a casa i
soldi del Monte, che il titolo c’entra poco e che non è tutto oro ciò che luccica,
ma l’approccio ad una commedia degli equivoci che si fa sempre più black comedy
e poi via via stravagante racconto di una deliziosa, umanissima, alienazione,
funzione fino al finale pure troppo veloce.
Queen of Montreuil (giornate
degli autori) non è il solito coniglio dal cilindro pescato con buona
frequenza dalle commedie nelle rassegne collaterali della Mostra. Il materiale
è sufficiente per qualche risata e il senso dello stare insieme viene
sviluppato da una sceneggiatura che lavora bene sui suoi personaggi, e li porta
a recitare con un’otaria superstar. La storia è quella di una giovane sposa che
torna in Francia con le ceneri del marito. Con lei due islandesi, madre e
figlio, la compagnia aerea che avrebbe dovuto riportarli nella terra del
ghiaccio è fallita, e così cercano lavoretti di fortuna, lei su una gru che le
permette di guardarsi monumenti come fosse a Parigi, lui in una lavanderia a
gettoni che ha appena installato wifi e postazioni informatiche per i clienti
in attesa del bucato. Qualche trovata singolare, spruzzi di originalità sparsi
e onestà intellettuale fanno passare l’ora e mezza senza mai dover sbuffare.
| inviato da clos il 31/8/2012 alle 19:12 | |
30 agosto 2012
>MOSTRA DI VENEZIA 2012 - 2
Il best of di Izmena
(Betrayal) (venezia69) comprende: un suv che si sfracella contro la fermata di
un autobus, riducendo così ancor di più la platea di quanti si rivolgono ai
mezzi pubblici; una cardiologa che rimedia con un ditalino al piacere non
datole dal marito fedifrago; un uomo che scopre durante un checkup di controllo
dalla cardiologa di cui sopra che la propria moglie viene bombata dal marito
fedifrago sempre di cui sopra; lo stesso uomo di cui sopra che picchia il
figlio che da due mesi marina la scuola senza che nessuno se ne accorgesse; la
cardiologa di cui sopra che porta l’uomo di cui sopra alla statua del cervo in
ferro battuto presso cui si incontrerebbero i loro rispettivi consorti; i loro
rispettivi consorti di cui sopra che ovviamente per chiavare di nascosto vanno
in albergo alla camera 769; gli altri due di cui sopra che allora diventano
amanti continuandosi però a darsi del lei;
i loro rispettivi consorti che dalla camera 769 cadono giù dal balcone mentre
durante un allegro rapporto sessuale; la cardiologa di cui sopra che si
presenta al funerale del consorte con una camicetta nera trasparente e senza
reggiseno. Ce n’è abbastanza. Discesa agli inferi dell’adulterio e ritorno, ma
soprattutto fuffa russa solo andata in un esercizio di stile per salotto
Antonioni.
Pinocchio (giornate
degli autori) è l’unico squarcio di animazione concesso in questa Mostra,
sperando che Barbera voglia invece prossimamente recuperarne l’attenzione del
precedente direttore. Dire che i disegni di Lorenzo Mattotti siano belli e
colorati significa esattamente descrivere il sensato stupore non del tutto
fanciullesco che coglie fin dall’inizio del bel film che Lucky Red schiererà
sotto il prossimo albero di Natale, ma non coglie invece il lavoro difficile e
delicato con cui tutti i registri delle favole che amiamo e conosciamo vengono
alternati con sapienza e precisione. Nero quando serve, sempre rutilante,
comico e divertente, drammatico e poi didattico, scanzonato, liberatorio,
sorridente e rilassato, a riproporre con questa disinvoltura il capolavoro di
Collodi poteva essere solo mago D’Alò, sullo spartito del grande Lucio Dalla e
con l’amore che l’ha sempre contraddistinto per il tratto colto, eppure così
popolare. La coppia dei manigoldi, con l’intuizione di fare del gatto un laido
sciocco e della volpe un’acuta e violenta lestofante femminile, è la migliore
intuizione di un titolo dedicato al babbo e «a tutti i babbi babbini del mondo».
Superstar (venezia69)
è la bella storia di un anonimo signore che di mestiere recupera e ricicla materiali
di vecchi computer in un’azienda ad alta occupazione di persone con piccoli handicap
mentali, ma che all’improvviso e sua insaputa si trova imprigionato nella
chiave del film, basso tasso di verosimiglianza ma alto gradimento per la
credibile messa in scena. E cioè: diventare famoso senza sapere come e perché,
ingranaggio di una mediatizzazione dei tempi che corrono, in cui un video
postato su YouTube detta l’agenda della notorietà. L’apparizione tv in uno
studio di produttori e autori senza scrupoli, anche qui, per numero e ruoli
tratteggiata a beneficio di un pubblico di principianti che deve essere preso
per mano, è solo l’inizio di una vicenda surreale che mira forte all’isteria
collettiva, prima ancora che al turbamento del protagonista. E allora tutto
bene, perché Xavier Giannoli ha scelto alla grandissima il suo cast (Kad Merad
che si scrolla di dosso gli ultimi granelli della polvere che lo vorrebbero un
po’ sopravvalutato, Cécile De France per cui ormai non ci sono parole, e
persino il travestito Alberto Sorbelli) e senza farsi prendere la mano ha
continuato a raccontare anche quando qualcun altro avrebbe iniziato l’analisi
del testo. E però in fin dei conti il suo film si erge a gran censore dell’illusione
mediatica, con un moralismo folcloristico più lenitivo che stimolante.
The Iceman (fuori
concorso) è il thrilleraccio noir che scommette sull’America cupa e dolente
della mafia in New Jersey tra gli anni Sessanta e Sessanta, quella del clan
Gambino e dei corrieri della droga, quella delle pistole e degli omicidi a
sangue freddo, quella delle macchine squadrate a tre volumi e dei lunghi
colloqui esistenziali tra boss della mala in giacca e cravatta. Ispirato alla
storia vera di Richard «sono un polacco, lavoro per tutti» Kuklinski, spietato
killer con l’unico valore di proteggere la propria famiglia, il regista Ariel
Vromen non si fa mancare nessuno dei tratti distintivi del genere. Allo
spettatore è richiesta un po’ di pazienza, ricompensata a dire il vero più
dalla prestazione di un Michael Shannon che parla con lo stesso timbro vocale
dei doppiatori italiani di Batman e Bane, che dal pathos violento e magnetico
dell’antieroe. L’effetto collaterale dei rimandi estetici a tutti gli autori
fuoriclasse che già se ne sono occupati, produce infatti una solo pratica e
molto professionale efficienza cinematografica.
Per realizzare il film
collettivoWater (settimana della
critica evento speciale), da intendersi al plurale Acque, hanno messo i soldini l’ambasciata degli Stati Uniti e la
fondazione per le arti della Yehoshua Rabinovich. L’idea era dell’università di
Tel Aviv e il risultato finale dei sette assemblaggi può dirsi significativo. Registi
ebrei e palestinesi hanno lavorato insieme fidandosi più dell’approccio
contemporaneo che di quello equo e solidale, e bagnando letteralmente l’approccio
al conflitto di Terra santa. L’episodio più bello è quello sulla Memoria, con
la vecchina fondatrice dello Stato di Israele a cui serve il collirio e che
confonde il giovane attore teatrale con il padre. Ci sono poi i documentari sul
venditore d’acqua di Betlemme con la sua autocisterna e quello dello zio d’America,
tornato da Chicago per gestire una piscina frequentata da famiglie palestinesi
che tra check point e recinzioni non hanno accesso al mare. Anche quando arriveranno
i coloni cattivi non si scadrà mai in retorica di circostanza, così pure per gli
episodi sui pregiudizi, quello della coppietta in camporella al fiume all’arrivo
di lavoratori arabi e quello dell’idraulico chiamato ad un intervento domestico
ma costretto a comunicare con la ragazza di casa attraverso una porta chiusa. E
metà c’è pure un’asina da domesticare in un luogo di conflitto.
| inviato da clos il 30/8/2012 alle 19:4 | |
29 agosto 2012
>MOSTRA DI VENEZIA 2012 - 1
Shokuzai (Penance) (fuori
concorso) ha ottenuto la deroga. Visto solo nelle patrie tv, la confezione
di lutto e di lusso è stata sufficiente per dribblare l’obbligatorietà dalla
prima mondiale e per far approdare al Lido questo serial drama di femmine
giappo. Cinque episodi, quattro ore e mezza, una bambina ammazzata dopo aver
abbandonato le sue amichette per seguire il losco figuro. Quindici anni dopo è
tutta una roba di elaborazione, vendetta, espiazione, horror delle anime e ogni
tanto un tantino anche dei corpi. C’è quella che zitta e ferma immobile deve
comportarsi da bambola per il suo uomo, la maestra fortissima nel kendo che
assale pazzi aggressori, i fratelli che prendono ordini dall’orso,
la fiorista incinta che vuole il marito della sorella. E poi la mamma della
povera assassinata finalmente sulle tracce dell’omicida. Tutto molto doloroso e
così eccezionalmente fotografato che ho cercato di mantenere all’altezza anche
l’eleganza del mio distacco.
Il nome scientifico dello
squalo bianco è carcharodon carcharias, grazie a un allora bambino di Pieve
Cesato io lo so dall’estate 1993, ma il nuovo film con gli squali assassini e
affamati si chiama Bait 3D (fuori concorso)
ed è una produzione Australia/Singapore. Ah, già. C’è anche lo tsunami che
devasta tutto. Il supermercato è allagato. Per questo entrano gli squali, sia
al piano scaffali, sia nel parcheggio. Tra i nostri eroi c’è anche un
rapinatore impazzito, una tipina il cui unico obiettivo è stare alla moda, il
suo cagnolino e un bagnino del soccorso surfisti. Qualcuno verrà maciullato ben
bene. Il busto appeso senza più le gambe è sempre un bel vedere. Il regista dichiara addirittura di «aver creato il nuovo rinascimento del
sangue», ma in realtà è molto meglio l’invenzione della muta con il cestino della
spesa. Va riconosciuto che lo sforzo produttivo è sufficientemente iconografico e mediamente
ironico. Detto questo, si salvi chi può.
Enzo Avitabile Music Life (fuori concorso) è una ninna nanna napoletana
involontaria. Cose che capitano anche se ti chiami Jonathan Demme quando il tuo
biografilm pensa al senso della vita, ai confini della musica o a tutti i Sud
del mondo invece che spiegare a noi ignorantoni chi sarebbe questo popò di
personaggione. «Avevo una duplice possibilità: o fare il musicista, o
accomodare i tubi del cesso» dice l'oggetto documentaristico prima di lanciarsi in un’esegesi del rapporto
tra jazz e tecnologia. Non manca nemmeno il passaggio sulla sua turbolenta
coscienza, tre cambi di religione per poi come al solito decidere che la
migliore è quella cattolica, «ma a modo io». Dev’essere per questo che quando
compone si ispira ai fatti degli immigrati di Castel Volturno o dedica la sua
opera alla bandierina della pace di Vittorio Arrigoni. Per il resto, io ho
visto solo grandi artistoni che strimpellano con chitarrine di varie fogge e
dimensioni. Gli onori a questa roba invendibile fateli voi intelligentoni.
Vedete un po’ se riuscite a non dire «ritratto umano». Sarete più convincenti.
Mira Nair ha appena
appoggiato il suo The Reluctant
Fundamentalist (fuori concorso) alla
mensolina dell’Undici settembre, che già il film ha preso la polvere. «Ero un
soldato nel vostro esercito dell’economia», poi buttano giù le Torri gemelle e
nella nuova giostra dei controlli antiterrorismo al ragazzo prodigio del più
grande studio di analisti finanziari perquisiscono (letteralmente) anche il
buco del culo. Lui allora si fa crescere la barba e torna in Pakistan. La
storia d’amore con l’artistoide di turno (una Kate Hudson morona e in versione
tortellino) se l’era già fatta, e ora eccolo a raccontarla al giornalista
arruolato dai servizi segreti (uno Liev Schreiber mai così poco bravo). Nel
2012, il tentativo finale di farne un thriller con messaggio fa tenerezza. Però è ammirevole come un film che non abbia mai nulla da dire, si
impegni tanto sulla banalità del normale.
La scomunica lanciata dal
nuovo direttore si era abbattuta sulla Mostra fin dalla conferenza stampa di
luglio. «Il film sorpresa non sarà cinese», e subito applausi della stampa che
si fa popolino piccolo piccolo. Ma dopo aver screditato l’ottimo lavoro di Müller,
ecco che Barbera offre la vetrina della Mostra internazionale d’arte
cinematografica di Venezia a Tai Chi 0 (fuori concorso), fumettone buffone di arti
marziali. Con campioni veri, camei celebri e i costumi dell’Ottocento locale,
tante botte e acrobazie pensate per gli adolescenti contemporanei nei multiplex
di Pechino e Shanghai. Sarà una trilogia, con tanti omaggi ai film gongfu di ogni tempo e un po' di spazio per le riflessioni filosofiche sull’energia dello spirito.
| inviato da clos il 29/8/2012 alle 17:4 | |
28 agosto 2012
>MOSTRA DI VENEZIA 2012 - 0
Il numero è erotico, il
nuovo direttore un po’ meno, ma la sua civile sfrontatezza è sufficientemente
sensuale. La libidine vera, va da sé, è però quella di essere tornato, e quasi
annulla l’anno di pausa. Sarà inevitabile non riuscire a nascondere qualche
buco, a proposito dell’erotismo rampante di questa 69esima edizione, ma le
mancanze e lacune ci rendono migliorabili, e il buco più grande di tutti è
proprio lì a dimostrarlo. Oddio, il cratere del futuro palazzo si è
trasformato parzialmente in un’area dal design alla Milano Marittima, sedute
bianche, tavolini e finte aiuole comprese, ma si può sempre optare per
l’efficace semplicità dell’area ancora cantierata, visibile e inaccessibile,
ordinata e coperta con dignitosi teloni.
Il numero è erotico, il
nuovo direttore un po’ meno, ma il suo menù è ben più che afrodisiaco. Kitano,
Kim Ki-duk ed Harmony Korine, se proprio dovessi schierarmi subito in curva
ultras. Paul Thomas Anderson, Ramin Bahrani e Urlich Seidl se invece trovassi
posto in tribuna distinti. E poi Malick, Assayas, Bellocchio e De Palma,
circondati da un’altra manciata di autori che promettono sorprese, dentro e
fuori concorso, chi in zona gol, chi nelle azioni di fino. La verità è che un
anno di distanza rende superflui canoni e consuetudini, procedure consolidate e
riti quasi superstiziosi. Arrivando al Casino, prima di salire le scale, e dopo
essere già stati a svuotare la vescica all’Excelsior (anche perché per ora la
disponibilità di cessi non è ancora a pieno regime) nessuna locandina mi si è
parata di fronte. Fine del gioco. In sette anni, quel primo film visto nella
sua rappresentazione da cartellone si è rivelato essere un comprimario per ben
quattro volte, ma nei miei primi due anni alla Mostra e nell’ultimo prima dello
stop and go, trovò la cabala per andarsi a prendere il primo, dorato, ambito,
Leone. Il numero è erotico, il
nuovo direttore un po’ meno, ma con lui, e grazie a lui, si ricomincia da capo.
Lasciatemi solo le bottigliette d’acqua fresche nel frigorifero di sala stampa,
e poi anch’io sarò pronto. Perché in fondo non c’è niente di più eccitante che
iniziare di nuovo la stessa splendida, incantevole, storia di cinema e amore.
| inviato da clos il 28/8/2012 alle 21:48 | |
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