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Diario
 


Claudio Ossani



 


 





      

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7 settembre 2012

>MOSTRA DI VENEZIA 2012 - 10

Mi ricordavo ancora il cazzo dentato di The Black Dahlia e così quanto Brian De Palma fa aprire il cassetto con i giocattolini erotici di Passion (venezia69) ho pensato subito a quanto il più dotato (e innamorato) nipotino dello zio Hitchcock sia invecchiato in questi ultimi anni. Robetta elegante, per carità, di vetro o cristallo o con dorature smaglianti, ma in definitiva dildi e attrezzi vari che possono stupire solo per la loro lunghezza e non per la loro fantasia. Va da sé che lo spartito è lo stesso, con il triangolo stavolta sullo sfondo di un’azienda di marketing, alle prese con la campagna di lancio del nuovo Panasonic Eluga. Il nuovo smartphone va pure sott’acqua, a Rachel McAdams e Noomi Rapace non sapremo quali rimproveri muovere e i cinefili oltre ad apprezzare il mestiere del montatore, sapranno valutare tutti i diversi mezzi con cui il regista cerca ancora di esprimere le virtù illusionistiche e mistificanti del cinema. I colpi sono di stile, la trama è scaltra, il balocco completamente gelido.




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6 settembre 2012

>MOSTRA DI VENEZIA 2012 - 9

Con Héritage (Inheritance) (giornate degli autori) siamo dalle parti della questione femminile, e da quelle che confermano che un grande attore, in tal caso attrice, può anche essere un regista medio. Hiam Abbas dirige un film che porta a casa la pagnotta e prende i suoi applausi, con un cast di donne bellissime e un conflitto culturale strisciante e permanente. C’è l’inglese da sposare, ma intorno alla sventurata già è un gran fare a cucirle addosso l’onta del disonore familiare. E dire che i suoi fratelli non se la passano affatto alla grande, mentre elicotteri e boati di missili giunti a destinazione calpestano la serenità di tutti gli abitanti di questa terra in cui il primo conflitto resta quello contro l’ordine sociale imposto e dominante. Dai maschi, la cui posizione non è aggravata né alleviata da questo film affatto inedito, per nulla originale, troppo convenzionale e persino con venature vagamente imitative.




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5 settembre 2012

>MOSTRA DI VENEZIA 2012 - 8

Preceduto dall’affezionatissima numerazione, la considerazione sorge spontanea. Pieta (venezia69) è il diciottesimo film di Kim Ki-duk, cioè, senza scomodare le numeralogie, quello della maggiore età. Dev’essere per questo che pur entusiasti del risultato scioccante di questo ritratto terribile e tragico (terribile nel senso etimologico della facilità e della spontaneità del fare, e tragico nel senso greco del termine) sulle rovine cui porta il denaro e sulle macerie a cui conducono gli affetti, prima della parola capolavoro viene in mente censimento. Perché questo diciottesimo orgoglioso titolo del coreano, storia di maternità e segreti svelati con protagonista un efferato riscossore di crediti usurai, che non esita a storpiare le sue vittime con macchinari ingegnosi e meccanici per riscuotere così i soldi dell’assicurazione, contiene tutto il grande cima di Kim visto in precedenza: sadismo, tortura e violenza, odio, vendetta e perdono, capitalismo, dipendenza e abbandono, vittime, carnefici e noi spettatori. Il risultato è forse migliore che altrove, ma il censimento, chiusa la pratica, è destinato all’archiviazione.

Spring Breakers (venezia69) è stato il fortunale che sotto la pioggia settembrina si è abbattuto sul lido. Un film di Harmony Korine, che avevamo lasciato a dirigere allegorici figuri mascherati da anziani a simulare atti sessuali completi con cassonetti e pali della luce. Un film di Harmony Korine, che ritroviamo a dirigere icone di Disney Channal mascherate da fighe a far simulare atti sessuali orali con mitra e pistole. Un film di Harmony Korine, che ritroviamo in concorso a una Mostra internazionale d’arte cinematografica con qualcosa di suo, che gli permette di godersi il concorso ora e di riguardarsi indietro poi senza avere nulla di cui pentirsi. Gli hanno dato tanti soldi quanti non ne ha mai avuti, non ha nemmeno saputo come fare a spenderli tutti, e questo è il limite produttivo del film, e lui si è inventato questo miraggio della trasgressione disperata e delinquente durante le vacanze di primavera, con un James Franco dalla dentatura tutta diamantata, strisce di cocaina sniffata sui seni, bikini fosforescenti, piscine, spiagge, culi di modelle e abbondanti culi di negre, armi vere, incubi che camminano e ricerca spirituale di gallinelle per cui «il segreto della vita è essere buoni»

Il regista cinese di Gaosu tamen, wo cheng baihe qu le (Fly With the Crane) (orizzonti) è nato nel 1983 e non ha mai raccontato così bene il suo paese vecchi. Lo scenario, mozzafiato nelle immagini arse e sature del film, è quello rurale di un villaggio, in cui il nonnetto vuol morire come tradizione comanda nonostante il nipotino, in una sosta idraulica comune, abbia chiarito: «Sei anziano, ma il tuo pene è ancora in forma, fa la pipì con agilità». Di mezzo ci sono i nuovi affari e le nuove normative sulla cremazione, quell’inesorabile tecnica di modernità che avanza mal tollerata nelle campagne. Il nonnetto vuole morire come tradizione comanda, e nonostante il nipotino subito non capisca, non è certo immune al fascino della leggenda. Serve una fossa, dunque, e poi il corpo potrà essere portato via dalla gru bianca. Bellissimi personaggi, colonna sonora come mai si era sentita prima in un film che batte bandiera della Repubblica popolare, e cinema girato prima con la memoria, e poi con il cuore e con la mente.

Bella addormentata (venezia69) di Marco Bellocchio è più storia di principi azzurri che di Eluana Englaro, è grande cinema, anche se non la scampa a certi dialoghi da copione italico, è una robusta macchina di immagini, ed è una convinta dichiarazione d’amore al complesso lavoro del regista. È buffo, buffissimo allora dover constatare che questa volta la precisione e perfezione formale, ma in realtà di sostanza, non era richiesta. No, questa volta, i famelici conservatori dei salotti buoni della sinistra volevano il dibattito, chiedevano la disputa, reclamavano la loro dose di polemica. Ed ecco invece servito un altro menù: il rumore del respiratore artificiale, i parlamentari che fanno il bagno turno prima della seduta in cui votare in materia di idratazione e alimentazione terapeutica, una tossicomane ricoverata in camera singola dopo essersi tagliata i polsi, viaggi a Udine di manifestanti di opposte fazioni fuori dalla clinica di Eluana, un documentario sugli ippopotami e un senatore berlusconiano ma ex socialista che anche se i polemici di professione non se ne sono accorti si chiama Uliano come Lenin di cognome. Non è il menù dei sogni e c’è molto altro di più, per un numero sufficiente di pietanze che basta a lasciare il tavolo a pancia piena.




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4 settembre 2012

>MOSTRA DI VENEZIA 2012 - 7

L’entusiasmo naturale è una brutta bestia. Anche Outrage Beyond (venezia69) è una brutta bestia. Ma l’entusiasmo naturale per Takeshi Kitano è la bestia più brutta di tutte. Hanabishi e Sanno, patti del sake, uomini d’onore e fratelli giurati, giacche, cravette, tavoli. E poi la potenza di fuoco. Un film yakuza ha regole chiare, ma a volte allo spettatore non è chiesto di saperle accettere, è chiesto di volerle riconoscere. Tutta forma, si dirà, mentre la sostanza creativa del maestro ha preso qualche altro momento di ferie. Sbagliato. Qui non ci sono solo i morti ammazzati. Qui c’è la polizia che chiede ai clan se hanno armi da fargli sequestrare e clan con un codice etico migliore di quello dei poliziotti. Qui c’è chi si piscia addosso per la paura e il tradimento che ha la stessa coerenza e (ir)ragionevolezza di una storia d’amore. Qui si compie si compie il capolavoro paradossale del Kitano più commerciale e meno ispirato: dove chiunque altro rimedierebbe facendosi malinconico e crepuscolare, Takeshi reagisce imperturbabile e premeditato.

Inaspettato sussidiario alla storiografia ufficiale, Terramatta – Il Novecento italiano di Vincenzo Rabitto analfabeta siciliano (giornate degli autori evento speciale) è molto più di un documentario, e in una Mostra che non volesse essere sempre e solo uguale a sé stessa dovrebbe essere molto di più anche rispetto a una apparizione collaterale in quello sgabuzzino che è la sala Pasinetti. Tra i tesori conservati nell’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano ci sono anche i quaderni di questo incredibile genio italiano, scritti dopo aver vissuto la sua «vita disonesta» (auto definizione), con ispirazione da grande romanziere e vocazione da prima firma di un grande quotidiano nazionale. Perché analfabeta sì, nato nel 1899 a Chiaromonte Gulfi, ma illetterato proprio no, tant’è che, ma neppure io lo sapevo, nel 2007 le sue pagine sono state stampate da Einaudi. La brava Costanza Quatriglio non svolazza pur rischiando di scimmiottare quel che a lei è piaciuto dei lavori dei colleghi, ma mostra visivamente e rende viva e ancor più saporita quella lingua inventata da Rabitto, con parole magari ortograficamente sbagliate ma di sicura forza e sincerità, e mette in fila tutte le perle di un’incredibile esistenza. La bestemmia in guerra come ciò che da più conforto e consolazione, la partecipazione alla tortura su una ragazza goriziana dopo le trincee della Grande Guerra, la tessera fascista, quella comunista per trovare un posto di lavoro, la nascita dei tre figli maschi, l’orgoglio finale per essere riuscito a superare l’esame di quinta elementare leggendo un libro sui pupi siciliani.

Non mi avete convinto (giornate degli autori evento speciale) ribadisce la sensibilità di Filippo Vendemmiati, che da Aldrovandi passa questa volta all’eresia lunga un secolo di Pietro Ingrao, che dal salotto di Lenola rivela: «Presumo di capire più di cinema che di politica». Lui, infatti, avrebbe voluto fare il regista, ma diventerà presidente della Camera e figura scomoda dentro alla disciplina di partito. Ammette gli errori, innanzi tutto quello commesso in appoggio ai carri armati sovietici, e si lamenta perché gli intervistatori lo fanno parlare troppo, senza avere troppe domande. Ligio alla cultura del dubbio, continua a spostare gli arredi nei salotti della sinistra, rammaricandosi che di sinistre ce ne sono ormai troppo, ma soprattutto affondando nel finale: «Indignarsi non basta, c’è un di più dove anch’io mi sono fermato». Vendemmiati mette tutto in scena inventandosi questo suo alter ego che mentre fa finta di studiare ascolta in realtà dalla radiolina l’intervento di Ingrao al congresso Pci dell’83. Il bandierone della Spal non impedisce l’eccezionale inchino a un gigante nella politica dei piccoli uomini.

I film migliori continuano ad arrivare dalla delegazione israeliana. Menatek Ha-Maim (The Cutoff Man) (orizzonti) è il disperato ma mai miserabile, l’affranto ma mai distrutto uomo che chiude la conduttura domestica dell’acqua potabile a chi non paga le bollette. Il lavoro l’ha trovato a mezza età rivolgendosi al collocamento, e siccome la paga è a cottimo, più tubi chiudi, più soldini guadagni, al primo giorno si gioca a pari e dispari con il collega la giornata d’interventi. Il figlio è il secondo portiere di una squadra di calcio non senza ambizioni, e deve partire per il servizio militare. L’inesorabile sguardo di questo (anti)eroe ai tempi della crisi si posa di noi a interrogarci mentre vediamo l’uomo costretto a chiamare le forze dell’ordine per compiere il suo lavoro al riparo da sputi, insulti, attacchi e aggressioni. È la democrazia, bellezza: infatti appena inizia la campagna elettorale, il comune stoppa i tagli dell’acqua fino a dopo il voto.

Capisci che il Portogallo è un Paese minore da Linhas de Wellington (venezia69), film sulla resistenza lusitana a Napoleone che diventa ben presto il Noi credevamo dei poveri. Siccome la progettualità è la stessa in tutto il mondo, e cioè anniversario a cifra tonda – richiesta della politica – studio storico sul passato che ha lasciato tracce fortissime nel presente – cinema – serie tv, va detto anche che Valeria Sarmiento a differenza di Martone non ha fatto poi molto per personalizzare e rendere sua la fulgida retorica patriottica necessaria a queste operazioni. Incastonato di presenze preziose (da Deneuve a Piccoli), il compitino del film in costume è svolto comunque egregiamente, anche se difficilmente potrà interessare, o magari solo coinvolgere (ma il cronometraggio fa fare alle lancette 150 giri), chi non è fortemente interessato all’argomento. Che poi, gran parte di quanto si vede, a teatralità diffusa, camicie bianche e melodramma un po’ artificioso, dipende in gran parte da alcuni grandi classici già sperimentati: preti rivoluzionari, mignotte solerti e maestre d’esistenza, mogli vedove in gravidanza, soldati che corteggiano mogli vedove in gravidanza, ragazze ricche un po’ mignotte e quindi anche loro solerti e maestre d’esistenza. John Malkovich interpreta Arthur Wellesley duca di Wellington che scarta disegni e quadri di guerra perché a suo dire mostrano troppi morti ammazzati.

L’intervallo (orizzonti) è una gomorrata talmente riuscita da essere a tratti sbalorditiva. Il ragazzo venditore di granite e la ragazza con dipendenza da reality show devono passare una giornata insieme, in uno spazio spettrale grande come un castello e luogo che sarebbe da premiare cinematograficamente inventandosi almeno un’Osella alla scenografia. All’inizio ci sono almeno dieci minuti di troppo, ma poi il film prende il volo come quei cardellini del giardino fuori dall’edificio abbandonato. Sappiamo che pioverà, perché Vincenzo spiega a Veronica che gli uccellini si stanno passando sul corpo l’olio che hanno sotto le ali, tipico dei cambiamenti repentini di tempo. Sappiamo che è difficile anche solo fare pipì, perché oltre a non esserci vasino lì, la sorveglianza dev’essere continua. Sappiamo che in errore ci è finita lei, e che lui è lì soltanto per controllare che non scappi. Sappiamo che a fine giornata arriverà il mafioso capetto di turno e finalmente avremo le spiegazioni che cerchiamo. Intanto ci godiamo Alessio Gallo e Francesca Riso, di quei nuovi attori rivelazione che sembrano più bravi e con le facce più giuste dei nuovi attori rivelazione battezzati la volta precedente. Leggere i sottotitoli del loro napoletano strettissimo non è mai stato tanto metaforico di una realtà pericolosa e oscura che non conosceremo mai fino alla fine.




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3 settembre 2012

>MOSTRA DI VENEZIA 2012 - 6

Giocano a pallavolo senza palla, perché così ha voluto Antonioni. Di Leones (orizzonti) basti questo, perché il resto è tutto ciò che al cinema non vorremmo mai vedere. Cinque sfigati ripresi di spalle si aggirano per boschi, si perdono, con tutte le accezioni e i significati che ha il vagare per ritrovarsi. Natura e destrutturazione degli schemi, spazio e tempo, essere o non essere, e la presenza più o meno metafisica del male. A dirigere c’è ovviamente la solita artista visuale, passaporto argentino che alla sua opera prima non si accorge che di come lei vuole insegnarci a stare al mondo a non frega un cazzo. Questa sarà pure arte cinematografica, ma puoi fuori dalla Mostra di cinematografico ci sono le sale. Che sono luoghi dati agli spettacoli, non a queste robe insopportabili.

I pirati somali hanno un mediatore. Nero, ottimo inglese, si rifiuta, si offende e si incattivisce se viene anche solo accostato alla gentaccia per cui lavora. È questa la prima sorpresa di Kapringen (A Hijacking) (orizzonti), che a borda della nave danese sequestrata nell’oceano indiano mostra anche scene di giubilo, soprattutto alla platessa pescata, e sequenze di socializzazione tra equipaggio e terroristi. In patria, nel frattempo, la trattativa per il riscatto è un business. Consulenti esterni, strategie, incontri con la stampa e i familiari. Passano quattro mesi, ma quando i pirati danno un cesso al cuoco di bordo, lui li ringrazia per la pisciata in tazza: «Meglio della gnocca». Violenze psicologiche e maltrattamenti, riunioni e telefonate satellitari. Mai visto ricostruire, gestire e reggere meglio contemporaneamente le insidie di scena, la tensione di sceneggiatura e il finale di film.

Al minuto uno, con il compasso incide sul banco una pasciuta A cerchiata, ma dopo dieci minuti è già lingua in bocca con una tipa a tettine scoperte. Après Mai (venezia69) è autobiografico, a Olivier Assayas va portato sempre rispetto, ma senza ancora essere iniziato conferma subito che le generazioni che hanno fatto il Sessantotto, il Settasette, e anche tutti gli anni nel mezzo, partecipavano ai movimenti soprattutto per avere una buona scusa che li avrebbe fatti scopare molto più che tutti i coetanei delle contestazioni successive. Il formidabili quegli anni del regista parigino dura due ore, ma se non fosse che la seconda parte è molto più ripetitiva, meno ricca e vivace della prima, il film si vedrebbe tutto d’un fiato. Lo schema però è sempre quello del filtro della contemplazione. Battute come «È controllato dai trotskisti» detta dalla biondina del liceo all’intervento del nostro eroe artista, o i siparietti sulla sintassi cinematografica corretta da proporre ai compagni proletari di tutto il mondo unitevi, sono riportate mediate e corrette dalle valutazioni dell’oggi, e riproposte dunque secondo uno schema di verità che ha già fatto le sue valutazioni, non che le sta costruendo. Anche perché oltre alla diffusione di varia stampa comunista e all’attacchinaggio manifesti abusivi, ci sono le botte, le indagini di polizia in corso, le fughe all’estero, le comuni, l’utilizzo di tutte le droghe. E neanche Assayas riesce a fare passi avanti nella revisione dell’estasi.

Con Disconnect (fuori concorso) è spuntato un altro Paul Haggis. Non è un bene, e questo Henry-Alex Rubin, oltre ad avere un trattino nel nemo, non è pure meno bravo, eppure il suo lamento sui social media è nitido, e soprattutto è un lavoro serio. Ci sono le cazzate che i bimbetti fanno su Facebook, con identità fittizie e scherzi ormonali ai compagnucci. Ci sono le identità rubate in chat, con carte di credito svuotate e pruriginose violazioni di privacy. Ci sono ragazze e ragazzi in vendita, mostrati non nell’attività artigianale dello spettacolino in chat dalla loro cameretta, ma rinchiusi in una palazzina industriale dove il magnaccia di turno assegna gli alloggi e preleva la sua parte direttamente alla fonte. Comprensibile e accessibile anche da chi per età o interessi è poco avvezzo alla tecnologia, il lato oscuro di internet emerge a montaggio alternato e a ricorrenze corali, i ragionamenti incrociati di sociologia riescono a non essere troppo spiccioli, e pure le facce del cast sono quelle giuste.

La nave dolce (fuori concorso proiezioni speciali) è il titolo degli scroscianti applausi ai 18-20mila albanesi che nell’estate ’91 arrivarono in stato giuridico di clandestina al porto di Bari, ma è soprattutto il titolo degli scroscianti applausi a Daniele Vicari che tempi televisivi, giusto sound e Kledi come icona dell’albanese ripulito che ci piace vedere fa trionfare il documentario. Sia chiaro, il successo è di quelli che aiuta tutti e che fa del bene al cinema italiano. Vicari, tra l’altro, bravo davvero lo è già e già da molti anni, diciamo da almeno sei, quando a Venezia portò il tema del lavoro e non ottenne gli stessi applausi. Il suo aggiornamento del lavoro commissionato dal presidente Eni (quando presidente dell’Eni era un certo Enrico Mattei) a Joris Ivens, raccontava le insufficienze industriali, le fonti d’energia alternative, i fallimenti delle strategie gestionali, l’avversione di comitati di cittadini comuni alla petrolchimica, oltre alle speranze dei viaggiatori italiani di un Trapani-Francoforte che poco aveva da invidiare alla Vlora. E tutto era preciso, sereno. Qui sfido chiunque di quelli che hanno reso scroscianti gli applausi a spiegare qual era l’esatto punto del contendere tra Cossiga e il sindaco Dalfino, collega di partito nella Democrazia cristiana. Perché a volte, a strizzare l’occhio al grande pubblico, si rischiano di vedere le cose con un occhio solo.




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2 settembre 2012

>MOSTRA DI VENEZIA 2012 - 5

Spostarsi quando c’è la neve è sempre stato difficile. Leone Tolstoj, ai tempi della slitta, ci ricordava quanto bastasse poco per sfiorare un dramma. Boxing Day (orizzonti) prende il suo testo e lo butta in mezzo alle nevi del Colorado ai tempi della crisi economica. «I soldi richiedono un pensiero dinamico e attivo» dice l’impresario che punta sugli immobili sbriciolati dai subprime per risollevare le sue sorti non solo economiche. Prende un autista, puntano il navigatore satellitare e partono. Un’arrampicata. In montagna, metafora del ghiaccio e degli specchi del destino incerto. Maschile, vigoroso, digitale. Bello.

Il film più coraggioso, da girare e selezionare in concorso, è di sicuro Lemale Et Ha’Chalal (Fill the Void) (venezia69) con ebrei ultraortodossi, promesse spose, matrimoni combinati e tanta sofferenza, di quella che si sa porta a essere più vicini a dio. Lo firma Rama Burshtein, ed è un’opera prima di speciale e singolare potenza, sia espressiva che contenutistica. Testimonianza culturale nell’accezione proprio di affermazione più schietta e credibile, ribalta ogni obiezione possibile su ruoli della donna, emancipazione femminile, autodeterminazione della moglie, e grazie alla limpidezza e alla serenità delle immagini inchioda i benpensanti alla libertà di questo mondo pazzesco, dove qualsiasi legge divina sarà vagliata dalla laicità del rabbino, e dove il matrimonio è l’asse portante di una identità isolata e orgogliosa, eletta, uno stendardo da difendere perché insegna dell’ingresso nella società dei grandi. Una bella lezione anche per chi non ha ben chiaro che cosa sia e significhi il cosiddetto tanto decantato politicamente scorretto.

Prima ancora dei fischi della Sala Darsena, e dei titoloni di Repubblica a enfatizzare un’ordinaria contestazione dell’iconoclastia contemporanea, ad appannare la stella di Terrence Malick è stato lui stesso. To the Wonder (venezia69) non è un Malick minore, è semplicemente il secondo film in due anni di un regista mitico anche per aver centellinato la sua arte con cinque titoli in oltre tre decenni di attività. Diventare estremamente prolifici con un’estetica così ricercata e sottile, significa limitare il proprio essere sofisticato, e buttarsi in pasto alle critica. Da questi parti ci si sottrae ai dibattiti con l’assoluta sincerità di una soglia d’attenzione alta per la prima mezz’ora. Forse anche troppo. La poesia fonde al primo campo di grano, Malick cola a tutti i suoi virtuosismi, di macchina, di luce, di spiritualità e grandezza, di rapporti ascetici, attoniti, di ricerca infinita. Io lo confesso, chi altro ammette di essere crollato nel sonno?

La sopravvaluta cronica Susanne Bier si è appostata al botteghino. Den skaldede frisør (Love is All You Need) (fuori concorso) mette insieme furbizie matrimoniali compiacenti e appassite al punto che persino io, noto zuccone, dopo cinque minuti sapevo esattamente quello che sarebbe successo. Ossia che dopo tante peripezie la tumorata dalla parrucca sexy sarebbe andata con il Pierce Brosnan a cui la morte della moglie aveva fatto fare la scelta di rinunciare alle donne, che il matrimonio dei loro figli sarebbe andato a monte il giorno dell’altare, con il futuro e mancato maritino a scoprirsi sedotto dal suo lato gay, e persino che il fratello della sposina, militare impegnato in una non meglio specificata missione all’estero, non sarebbe mancato alla cerimonia a cui invece aveva detto di non poter partecipare. Il tutto ambientato a Sorrento, così da cartolina che chi applaude entusiasta l’ha nemmeno riconosciuta, e parlato in danese, italiano e inglese, perché l’ex 007, chiamato solo per pemettere la miglior vendita del prodotto, lavora da talmente tanti anni a Copenaghen che non ha ancora imparato la lingua. A Natale distribuisce Teodora, e che per i cialtroni delle feste sarà costretta a doppiare tutto.

Küf (Mold) (settimana della critica) li mette tutti in fila. Un pianosequenza, pur a camera fissa, apre il film, con il padre protagonista a confronto con l’ispettore di polizia, poi la scena dell’incidente sul lavoro, poi quella in notturna, dall’albergo, con le finestre a vetri su Istanbul. Basri lavora per le ferrovie, controlla i binari. A piedi. Suo figlio però è stato prelevato dalla polizia per attività antigovernative. Diciott’anni fa. Lui lo cerca, il film è dirompente. Il regista ha trent’anni, trentuno, si chiama Ali Aydin. Se in Italia prima ancora della prima mondiale veneziana si è mosso Nanni Moretti con la Sacher, è probabile che si risenta parlare di lui. Che nel frattempo, alla sua opera prima, con una solidità tutta turca già conosciuta e apprezzata da queste parti in passate edizioni delle sezioni collaterali della Mostra, e un perfezionismo da manuale, insegna la new wave del film politico che ha cuore i suoi desaparecidos.




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1 settembre 2012

>MOSTRA DI VENEZIA 2012 - 4

Cherchez Hortense (fuori concorso) ha tutta la forza del grande cinema popolare francese, cioè buona parte di ciò che potrebbe migliorare i nostri titoli commerciali degli ultimi anni. Col buon professore universitario sembra tutti che facciano apposta: la moglie regista teatrale lo tradisce con il giovane attore della compagnia, il padre improvvisamente gli svela di non aver disdegnato qualche pratica omosessuale e la bionda del bar non è la francese che pur sembrerebbe, ma un’immigrata da aiutare grazie ad amicizie al Consiglio di Stato prima che le leggi la rispediscano tra Serbia, Croazia e Montenegro. La perfezione d’attore (Bacri, Carré, Scott Thomas) è emozionante, la sceneggiatura chirurgica, la cura di tutto magistrale, la regia di Pascal Bonitzer sopraffina, ogni criterio e intuizione scaccia sul nascere la frivolezza della sciocca commedia e conquista con leggerezza e decisione.

Nel cantone di ciò che è buono è giusto, un festival che si rispetti deve ossequiare la primavera araba. Occhio però a non perdere sotto il battiscopa quel tanto di cinema necessario all’evento. El sheita elli fat (Winter of Discontent) (orizzonti) alimenta il faro di speranza tenendo per fortuna non troppo a lungo il Lido a digiuno. C’è la bella femmina volto della tv egiziana che si ribella all’imposizione di informare solo secondo la volontà del regime. C’è il funzionario di Stato che si interroga su quanto la tortura serva davvero alla sicurezza nazionale. C’è il progettista di software in lavoro domestico che dalle torture ci è passato, è stato liberato, ha perso la madre e la fidanzata, e in quel fatidico 25 gennaio 2011 prende coscienza di quanto la rivoluzione cambierà ancora e per sempre la sua vita e il suo Paese. E quindi ok, tutti a piazza Tahrir, in uno slalom tra fratture temporali, intrecci corali ed equilibrismi visivi. Un film di occorrenza e di circostanza.

Inutile descrivere i deliri assortiti delle giornate evento a Venezia. Paul Thomas Anderson con il suo The Master (venezia69) resterà la copertina di questa edizione. Il film si adegua alle esigenze del protocollo. Il racconto della setta, e del plagio, e dell’esercito–nido rifugio plasmato dalla comunità di meditazione per gli interessi del padre padre padone, è tutta e più che altro trepidazione d’attesa, astratta e cerebrale, e non tumulto di cuori, definito e passionale. Persino la confezione, forse ancora più sontuosa di Il Petroliere, è probabilmente meno memorabile, anche se Phoenix e Seymour Hoffman dovrebbero affettarsi la Coppa Volpi a metà. Chissà, sarà che all’impatto con la sua idea di cinema questa volta sappiamo già dove il regista vuole portarci, o che a un certo punto arriva il momento in cui chiedere all’infinito talento anche qualcosa di altro. Forse proprio ciò che questo capolavoro, condannato a essere tale e tormentato nel cercarsi una ragione–confessione per esserlo, cerca nel suo complesso, ambiguo cammino.

Di pulviscolo, dalla botola del soffitto in cui è conservato Cinico Tv, non dovrebbe più uscirne. È stato il figlio (venezia69) è uno studio naturalista senza pari sui tratti delle caricature che popolano la nostra Italia più reale e illegale, alla periferia di Palermo dove i bambini possono giocare per strada tra carcasse di vecchie auto e rimanere ammazzati negli agguati di Cosa nostra. Il film di Daniele Ciprì è perverso, grottesco, spietato, ma soprattutto arrabbiato, furioso, con questo degrado depravato, irrimediabile anche esteticamente, tragico, arrugginito, dove l’unica legge è quella dell’omertà, per cui non importa nemmeno chiedersi come la morte di Serenella sia potuta accadere. La famiglia, in attesa del rimborso dello Stato per le vittime di mafie, continua a precipitare nel malsano, strozzata dagli usurai, soffocata dalle proprie afflizioni. Se tutto questo abbia o meno un valore anche artistico, autoriale, se il film di Ciprì, diverso e in più punti inadeguato, polemiche a parte sulla prestazione di Servillo (comunque notevole nella sua carriera e nelle preferenze del pubblico), faccia stringere tra i pugni anche qualcosa di più è difficile dirlo. Ma serviva un mostro, e adesso vedremo chi se la squaglia e chi invece proverà a domarlo.

(Attenzione. In questo paragrafo utilizzerò l’articolo la nell’orrida posizione davanti ad un cognome di donna. Prendetelo come un segno di rispetto, come tratto distintivo che magnifica la diva, quella vera, del ruggente cinema italiano del dopoguerra, fosse anche solo per identificarla dalle insulse sciacquette dell’oggi). La guerra dei vulcani (venezia classici – documentari) è ciò che accadde quando Roberto Rossellini tradì Anna Magnani con Ingrid Bergman, una triangolazione tra fuoriclasse. Il nuovo amore non potè ovviamente che nascere sotto le stelle del cinema, la sfida di passione e attrazione si mescolò alla lavorazione di due film alle Eolie, ai pionieri delle riprese subacque, ai copioni copiati. Se Rossellini cucì addosso alla Bergman il ruolo di Stromboli, la Magnani rispose sul set di Vulcano, produzione diretta dall’americano medio William Dieterle. Il documentario Luce non racconta semplicemente la storia sfoggiando materiali d’incanto dai suoi potentissimi archivi. Francesco Patierno, di cui ai tempi del mio stage in Wilder riecheggiavano le nobili gesta, ripesca e rimonta spezzoni di film e cinegiornali come fossero vere dichiarazioni dei protagonisti. La voce di Ilaria Stagni a raccordare le scene non riesce a rovinare un gioiellino di smagliante scrittura e cinefila venerazione.




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31 agosto 2012

>MOSTRA DI VENEZIA 2012 - 3

Ci ho messo un pochetto a entrare in At Any Price (venezia69). Preso troppo sul serio il business dei semi naturali, di quelli ogm e del loro riuso, e la conquista commerciale dei mercati di contea in Iowa, all’inizio ho pensato pure pensato che Dennis Quaid nemmeno fosse adatto per indossare la camicia a maniche corte dell’agricoltore moderno. Ramin Bahrani è avveduto, e sveglio: con la scusa della provincia americana profonda ecco che piazza invece gli stati generali dell’umanità, quella totale, completa, abissale, quella che non vogliamo vedere, per paura che già sia la nostra. Già, paura. Quella che ti fa alzare il piede dall’acceleratore alla prima gara su pista, dopo essere stato campione assoluto di Figure 8 e a cui l’amore di mamma ha portato in dote 15mila dollarini per correre. Lotta, abbandono, affari, silenzio, patria e morte. E un ruolo della donna che le femmine di Se non ora, quando dovrebbero studiarsi a lungo. C’è il cuore, che è quello dell’America, e quindi di questo mondo, per modello di competizione globale o più semplicemente per modello di sopravvivenza. Applausi.

Paradies: Glaube (Paradise: Faith) (venezia69) è il secondo capitolo di una trilogia iniziata a Cannes. No problem, tanto Ulrich Seidl continua a rifare sempre e solo sé stesso, poca fatica e molto presto anche pochissimo gusto. La tipa dice a Cristo che è il più bell’uomo che conosca, poi si flagella la schiena a tette scoperte. Con la statua della madonnina in mano gira le case dell’Austria come fosse una Testimone di Geova e va a vedere l’orgia nel parco di notte. Mette il cilicio e pregando gira inginocchiata tutta la casa. Poi torna il marito islamico ridotto su una sedia a rotella e il tempo libero della signora sarà molto meno e molto diverso. Sarebbe una barzelletta fetish e funesta sul fondamentalismo cattolico, ma Seidl è uno totalmente incapace di ironia, e abile solo con quel disprezzo più simile all’alterigia che non al cinismo. Ma siccome tanto ormai non sa nemmeno più fare a girare con la camera fissa, se vuole essere davvero figo e politicamente scorretto alloro il suo conflitto tra adorazione cieca e amore cristiano lo giri come prodotto da multiplex per il sabato sera.

Sfiorando il muro (fuori concorso proiezioni speciali) ha il senso del sollievo, e il valore della condivisione. Silvia Giralucci quelli delle Brigate Rosse hanno ammazzato il padre neofascista, nella Padova degli anni Settanta capitale degli opposti estremismi. Lei ammette subito che da piccola aveva una vaga paura delle persone con in capelli lunghi e nel suo viaggio per cercare il perché e il percome sia potuto succedere finisce in Francia a bere il caffè nella cucina tugurio di ex eroiname, scappato tra le braccia di Mitterand per fuggire al reato di banda armata. Il titolo evoca le scritte di guerre, le k, i boia e i compagni fuori dalle galere. A parlare di documentari, la voce fuori campo è troppo scritta e troppo letta, e la musichetta di sottofondo è già abusata al primo giro. A parlare di storia c’è quella intima e personale si fa collettiva con i soliti schemi. A parlare di politica c’è che i cuori neri di oggi, per gran parte schifoso marciume in orbita Forza Nuova, vengono mostrati nella procedura cerimoniale della fiaccolata con disciplina militare, pardon, cameratesca, con Silvia ai margini ma pronta a dire nel suo film che per il padre non le sembra poi questo il ricordo migliore. Si può quindi parlare solo di famiglia e di ricordi, e inserire con rispetto una nuova tesserina al mosaico della memoria di quelle generazioni che hanno abbracciato l’ideologia per morire sparati.

Welcome Home (settimana della critica) è il tipico caso di film–catalogo–alla–mano, per farsi suggerire da note di regia e commenti del comitato di selezione quegli spunti che proprio non si sono visti né trovati. Così, mentre sullo schermo vediamo soprattutto gente che scopa, spinelli in auto prima di una festa giacca e camicia, un iraniano di ritorno in città e la stessa ragazza che scopa poi investita dall’auto di quelli che fumano erba e infine in ospedale al reparto di terapia intensiva, sul libretto magico leggiamo robe tipo «Bruxelles e i suoi abitanti sono una fonte inesauribile di ispirazione» e «il film tratta delle difficoltà che essi affrontano entrando in relazione», oppure che si passa «con naturalezza dai momenti di intimità agli spazi sociali» o che «il prezzo della modernità» è lo stesso, «sia per una grande città che per una donna». Suvvia, siamo seri: questi sono i giovani d’oggi, infelici e irrisolti, rampanti e penosi come la saccenza autoriale di un declamatorio film belga.

Il colpaccio con cui Luigi Lo Cascio riguadagna all’istante tutti i punti che aveva perso s’intitola La città ideale (settimana della critica) e prima di scomodare Kafka o iniziare le critiche, bene sarebbe fermarsi a valutare lo sforzo produttivo completamente nuovo che il cinema italiano si è regalato con questo film. Sull’inesplorato territorio onirico, l’opera prima dell’attore che interpretò Peppino Impastato racconta la storia di un architetto siciliano immigrato a Siena, ecologista praticante, sincero nelle sue piccole e grandi manie (lavarsi con acqua piovana, raccogliere cartacce e mozziconi per terra, tenere al freddo i colleghi dell’ufficio) fedele al motto «Buio ai consumi, notte agli sprechi». Una sera prende la macchina elettrica di un amichetto, trovando sulla sua strada a terra investito un pezzo grosso della Siena che conta. «Lei è inumano» gli dirà il procuratore che aprirà un fascicolo penale sull’incidente, «perché tutti vogliono vincere, lei vuole la verità». Ovvio che la città del Palio è solo una scusa per portarsi a casa i soldi del Monte, che il titolo c’entra poco e che non è tutto oro ciò che luccica, ma l’approccio ad una commedia degli equivoci che si fa sempre più black comedy e poi via via stravagante racconto di una deliziosa, umanissima, alienazione, funzione fino al finale pure troppo veloce.

Queen of Montreuil (giornate degli autori) non è il solito coniglio dal cilindro pescato con buona frequenza dalle commedie nelle rassegne collaterali della Mostra. Il materiale è sufficiente per qualche risata e il senso dello stare insieme viene sviluppato da una sceneggiatura che lavora bene sui suoi personaggi, e li porta a recitare con un’otaria superstar. La storia è quella di una giovane sposa che torna in Francia con le ceneri del marito. Con lei due islandesi, madre e figlio, la compagnia aerea che avrebbe dovuto riportarli nella terra del ghiaccio è fallita, e così cercano lavoretti di fortuna, lei su una gru che le permette di guardarsi monumenti come fosse a Parigi, lui in una lavanderia a gettoni che ha appena installato wifi e postazioni informatiche per i clienti in attesa del bucato. Qualche trovata singolare, spruzzi di originalità sparsi e onestà intellettuale fanno passare l’ora e mezza senza mai dover sbuffare.




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30 agosto 2012

>MOSTRA DI VENEZIA 2012 - 2

Il best of di Izmena (Betrayal) (venezia69) comprende: un suv che si sfracella contro la fermata di un autobus, riducendo così ancor di più la platea di quanti si rivolgono ai mezzi pubblici; una cardiologa che rimedia con un ditalino al piacere non datole dal marito fedifrago; un uomo che scopre durante un checkup di controllo dalla cardiologa di cui sopra che la propria moglie viene bombata dal marito fedifrago sempre di cui sopra; lo stesso uomo di cui sopra che picchia il figlio che da due mesi marina la scuola senza che nessuno se ne accorgesse; la cardiologa di cui sopra che porta l’uomo di cui sopra alla statua del cervo in ferro battuto presso cui si incontrerebbero i loro rispettivi consorti; i loro rispettivi consorti di cui sopra che ovviamente per chiavare di nascosto vanno in albergo alla camera 769; gli altri due di cui sopra che allora diventano amanti continuandosi però a darsi del lei; i loro rispettivi consorti che dalla camera 769 cadono giù dal balcone mentre durante un allegro rapporto sessuale; la cardiologa di cui sopra che si presenta al funerale del consorte con una camicetta nera trasparente e senza reggiseno. Ce n’è abbastanza. Discesa agli inferi dell’adulterio e ritorno, ma soprattutto fuffa russa solo andata in un esercizio di stile per salotto Antonioni.

Pinocchio (giornate degli autori) è l’unico squarcio di animazione concesso in questa Mostra, sperando che Barbera voglia invece prossimamente recuperarne l’attenzione del precedente direttore. Dire che i disegni di Lorenzo Mattotti siano belli e colorati significa esattamente descrivere il sensato stupore non del tutto fanciullesco che coglie fin dall’inizio del bel film che Lucky Red schiererà sotto il prossimo albero di Natale, ma non coglie invece il lavoro difficile e delicato con cui tutti i registri delle favole che amiamo e conosciamo vengono alternati con sapienza e precisione. Nero quando serve, sempre rutilante, comico e divertente, drammatico e poi didattico, scanzonato, liberatorio, sorridente e rilassato, a riproporre con questa disinvoltura il capolavoro di Collodi poteva essere solo mago D’Alò, sullo spartito del grande Lucio Dalla e con l’amore che l’ha sempre contraddistinto per il tratto colto, eppure così popolare. La coppia dei manigoldi, con l’intuizione di fare del gatto un laido sciocco e della volpe un’acuta e violenta lestofante femminile, è la migliore intuizione di un titolo dedicato al babbo e «a tutti i babbi babbini del mondo».

Superstar (venezia69) è la bella storia di un anonimo signore che di mestiere recupera e ricicla materiali di vecchi computer in un’azienda ad alta occupazione di persone con piccoli handicap mentali, ma che all’improvviso e sua insaputa si trova imprigionato nella chiave del film, basso tasso di verosimiglianza ma alto gradimento per la credibile messa in scena. E cioè: diventare famoso senza sapere come e perché, ingranaggio di una mediatizzazione dei tempi che corrono, in cui un video postato su YouTube detta l’agenda della notorietà. L’apparizione tv in uno studio di produttori e autori senza scrupoli, anche qui, per numero e ruoli tratteggiata a beneficio di un pubblico di principianti che deve essere preso per mano, è solo l’inizio di una vicenda surreale che mira forte all’isteria collettiva, prima ancora che al turbamento del protagonista. E allora tutto bene, perché Xavier Giannoli ha scelto alla grandissima il suo cast (Kad Merad che si scrolla di dosso gli ultimi granelli della polvere che lo vorrebbero un po’ sopravvalutato, Cécile De France per cui ormai non ci sono parole, e persino il travestito Alberto Sorbelli) e senza farsi prendere la mano ha continuato a raccontare anche quando qualcun altro avrebbe iniziato l’analisi del testo. E però in fin dei conti il suo film si erge a gran censore dell’illusione mediatica, con un moralismo folcloristico più lenitivo che stimolante.

The Iceman (fuori concorso) è il thrilleraccio noir che scommette sull’America cupa e dolente della mafia in New Jersey tra gli anni Sessanta e Sessanta, quella del clan Gambino e dei corrieri della droga, quella delle pistole e degli omicidi a sangue freddo, quella delle macchine squadrate a tre volumi e dei lunghi colloqui esistenziali tra boss della mala in giacca e cravatta. Ispirato alla storia vera di Richard «sono un polacco, lavoro per tutti» Kuklinski, spietato killer con l’unico valore di proteggere la propria famiglia, il regista Ariel Vromen non si fa mancare nessuno dei tratti distintivi del genere. Allo spettatore è richiesta un po’ di pazienza, ricompensata a dire il vero più dalla prestazione di un Michael Shannon che parla con lo stesso timbro vocale dei doppiatori italiani di Batman e Bane, che dal pathos violento e magnetico dell’antieroe. L’effetto collaterale dei rimandi estetici a tutti gli autori fuoriclasse che già se ne sono occupati, produce infatti una solo pratica e molto professionale efficienza cinematografica.

Per realizzare il film collettivoWater (settimana della critica evento speciale), da intendersi al plurale Acque, hanno messo i soldini l’ambasciata degli Stati Uniti e la fondazione per le arti della Yehoshua Rabinovich. L’idea era dell’università di Tel Aviv e il risultato finale dei sette assemblaggi può dirsi significativo. Registi ebrei e palestinesi hanno lavorato insieme fidandosi più dell’approccio contemporaneo che di quello equo e solidale, e bagnando letteralmente l’approccio al conflitto di Terra santa. L’episodio più bello è quello sulla Memoria, con la vecchina fondatrice dello Stato di Israele a cui serve il collirio e che confonde il giovane attore teatrale con il padre. Ci sono poi i documentari sul venditore d’acqua di Betlemme con la sua autocisterna e quello dello zio d’America, tornato da Chicago per gestire una piscina frequentata da famiglie palestinesi che tra check point e recinzioni non hanno accesso al mare. Anche quando arriveranno i coloni cattivi non si scadrà mai in retorica di circostanza, così pure per gli episodi sui pregiudizi, quello della coppietta in camporella al fiume all’arrivo di lavoratori arabi e quello dell’idraulico chiamato ad un intervento domestico ma costretto a comunicare con la ragazza di casa attraverso una porta chiusa. E metà c’è pure un’asina da domesticare in un luogo di conflitto.




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29 agosto 2012

>MOSTRA DI VENEZIA 2012 - 1

Shokuzai (Penance) (fuori concorso) ha ottenuto la deroga. Visto solo nelle patrie tv, la confezione di lutto e di lusso è stata sufficiente per dribblare l’obbligatorietà dalla prima mondiale e per far approdare al Lido questo serial drama di femmine giappo. Cinque episodi, quattro ore e mezza, una bambina ammazzata dopo aver abbandonato le sue amichette per seguire il losco figuro. Quindici anni dopo è tutta una roba di elaborazione, vendetta, espiazione, horror delle anime e ogni tanto un tantino anche dei corpi. C’è quella che zitta e ferma immobile deve comportarsi da bambola per il suo uomo, la maestra fortissima nel kendo che assale pazzi aggressori, i fratelli che prendono ordini dall’orso, la fiorista incinta che vuole il marito della sorella. E poi la mamma della povera assassinata finalmente sulle tracce dell’omicida. Tutto molto doloroso e così eccezionalmente fotografato che ho cercato di mantenere all’altezza anche l’eleganza del mio distacco.

Il nome scientifico dello squalo bianco è carcharodon carcharias, grazie a un allora bambino di Pieve Cesato io lo so dall’estate 1993, ma il nuovo film con gli squali assassini e affamati si chiama Bait 3D (fuori concorso) ed è una produzione Australia/Singapore. Ah, già. C’è anche lo tsunami che devasta tutto. Il supermercato è allagato. Per questo entrano gli squali, sia al piano scaffali, sia nel parcheggio. Tra i nostri eroi c’è anche un rapinatore impazzito, una tipina il cui unico obiettivo è stare alla moda, il suo cagnolino e un bagnino del soccorso surfisti. Qualcuno verrà maciullato ben bene. Il busto appeso senza più le gambe è sempre un bel vedere. Il regista dichiara addirittura di «aver creato il nuovo rinascimento del sangue», ma in realtà è molto meglio l’invenzione della muta con il cestino della spesa. Va riconosciuto che lo sforzo produttivo è sufficientemente iconografico e mediamente ironico. Detto questo, si salvi chi può.

Enzo Avitabile Music Life (fuori concorso) è una ninna nanna napoletana involontaria. Cose che capitano anche se ti chiami Jonathan Demme quando il tuo biografilm pensa al senso della vita, ai confini della musica o a tutti i Sud del mondo invece che spiegare a noi ignorantoni chi sarebbe questo popò di personaggione. «Avevo una duplice possibilità: o fare il musicista, o accomodare i tubi del cesso» dice l'oggetto documentaristico prima di lanciarsi in un’esegesi del rapporto tra jazz e tecnologia. Non manca nemmeno il passaggio sulla sua turbolenta coscienza, tre cambi di religione per poi come al solito decidere che la migliore è quella cattolica, «ma a modo io». Dev’essere per questo che quando compone si ispira ai fatti degli immigrati di Castel Volturno o dedica la sua opera alla bandierina della pace di Vittorio Arrigoni. Per il resto, io ho visto solo grandi artistoni che strimpellano con chitarrine di varie fogge e dimensioni. Gli onori a questa roba invendibile fateli voi intelligentoni. Vedete un po’ se riuscite a non dire «ritratto umano». Sarete più convincenti.

Mira Nair ha appena appoggiato il suo The Reluctant Fundamentalist (fuori concorso) alla mensolina dell’Undici settembre, che già il film ha preso la polvere. «Ero un soldato nel vostro esercito dell’economia», poi buttano giù le Torri gemelle e nella nuova giostra dei controlli antiterrorismo al ragazzo prodigio del più grande studio di analisti finanziari perquisiscono (letteralmente) anche il buco del culo. Lui allora si fa crescere la barba e torna in Pakistan. La storia d’amore con l’artistoide di turno (una Kate Hudson morona e in versione tortellino) se l’era già fatta, e ora eccolo a raccontarla al giornalista arruolato dai servizi segreti (uno Liev Schreiber mai così poco bravo). Nel 2012, il tentativo finale di farne un thriller con messaggio fa tenerezza. Però è ammirevole come un film che non abbia mai nulla da dire, si impegni tanto sulla banalità del normale.

La scomunica lanciata dal nuovo direttore si era abbattuta sulla Mostra fin dalla conferenza stampa di luglio. «Il film sorpresa non sarà cinese», e subito applausi della stampa che si fa popolino piccolo piccolo. Ma dopo aver screditato l’ottimo lavoro di Müller, ecco che Barbera offre la vetrina della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia a Tai Chi 0 (fuori concorso), fumettone buffone di arti marziali. Con campioni veri, camei celebri e i costumi dell’Ottocento locale, tante botte e acrobazie pensate per gli adolescenti contemporanei nei multiplex di Pechino e Shanghai. Sarà una trilogia, con tanti omaggi ai film gongfu di ogni tempo e un po' di spazio per le riflessioni filosofiche sull’energia dello spirito.




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28 agosto 2012

>MOSTRA DI VENEZIA 2012 - 0

Il numero è erotico, il nuovo direttore un po’ meno, ma la sua civile sfrontatezza è sufficientemente sensuale. La libidine vera, va da sé, è però quella di essere tornato, e quasi annulla l’anno di pausa. Sarà inevitabile non riuscire a nascondere qualche buco, a proposito dell’erotismo rampante di questa 69esima edizione, ma le mancanze e lacune ci rendono migliorabili, e il buco più grande di tutti è proprio lì a dimostrarlo. Oddio, il cratere del futuro palazzo si è trasformato parzialmente in un’area dal design alla Milano Marittima, sedute bianche, tavolini e finte aiuole comprese, ma si può sempre optare per l’efficace semplicità dell’area ancora cantierata, visibile e inaccessibile, ordinata e coperta con dignitosi teloni.

Il numero è erotico, il nuovo direttore un po’ meno, ma il suo menù è ben più che afrodisiaco. Kitano, Kim Ki-duk ed Harmony Korine, se proprio dovessi schierarmi subito in curva ultras. Paul Thomas Anderson, Ramin Bahrani e Urlich Seidl se invece trovassi posto in tribuna distinti. E poi Malick, Assayas, Bellocchio e De Palma, circondati da un’altra manciata di autori che promettono sorprese, dentro e fuori concorso, chi in zona gol, chi nelle azioni di fino. La verità è che un anno di distanza rende superflui canoni e consuetudini, procedure consolidate e riti quasi superstiziosi. Arrivando al Casino, prima di salire le scale, e dopo essere già stati a svuotare la vescica all’Excelsior (anche perché per ora la disponibilità di cessi non è ancora a pieno regime) nessuna locandina mi si è parata di fronte. Fine del gioco. In sette anni, quel primo film visto nella sua rappresentazione da cartellone si è rivelato essere un comprimario per ben quattro volte, ma nei miei primi due anni alla Mostra e nell’ultimo prima dello stop and go, trovò la cabala per andarsi a prendere il primo, dorato, ambito, Leone.

Il numero è erotico, il nuovo direttore un po’ meno, ma con lui, e grazie a lui, si ricomincia da capo. Lasciatemi solo le bottigliette d’acqua fresche nel frigorifero di sala stampa, e poi anch’io sarò pronto. Perché in fondo non c’è niente di più eccitante che iniziare di nuovo la stessa splendida, incantevole, storia di cinema e amore.




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