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9 febbraio 2006

>REPUBBLICA ROMANA, MIRACOLO LAICO




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25 settembre 2005

>CENSURA, LA MALFA E MAZZINI

Riferire di due giornate di lavori sarebbe un po’ impossibile, specie poi quando la presidenza decide di tagliare il pomeriggio del secondo giorno senza tagliare però il numero di relazioni e costringendo di fatto ad un’attenzione che inevitabilmente mi è crollata. Comunque il dettaglio della censura nei singoli Stati preunitari italiani è un argomento anche piuttosto divertente, non solo perché evidenzia le differenze culturali profonde tra i singoli governi, ma perché alla fine mostra come il reale luogo del potere di oscuramento non fosse la commissione di censura, che dava di volta in volta un parere o impartiva la decisione assunta, ma bensì la polizia, che quel divieto a quel libro o a quel periodico o quel volantino lo doveva applicare. E quindi poi anche nel Risorgimento tra il dire e il fare… Comunque, sia chiaro, erano anni ben bui, di grande esplosione di idee, e di grande persecuzione di quelle idee soprattutto, sai che novità, nello Stato pontificio, dove le commissioni di censura erano quattro, fino a quella suprema del Sant’Uffizio. In Toscana invece, Granducato illuminato, come al solito si era un po’ più intelligenti: intanto i libri che non erano censurati negli stati esteri, e che dunque potevano entrare nel territorio dall’esterno, finivano per essere stampati, che il mercato è il mercato, e l’industria di stampa dello Stato portava guadagno, e bisognava metterla in concorrenza, e guai lasciare un’esclusiva alle stamperie fuori Toscana; poi i libri che in teoria avrebbero dovuto subire la mannaia della censura ma il cui costo di copertina sarebbe stato piuttosto alto una volta messi in commercio, ottenevano comunque il via libera, perché mai sarebbero finiti nelle mani del popolino, l’unico che si temeva potesse essere traviato da idee contrarie al potere.

Del resto, e questo forse è parecchio interessante, il convegno di studi Potere e circolazione delle idee: stampa, accademie e censura nel Risorgimento italiano (1814-1861), sotto l’Altro patronato del presidente della Repubblica, ha messo le cose in chiaro: quello della mancata partecipazione popolare al grande processo storico dell’Unità d’Italia è uno stereotipo bello e buono. Certo, non fu una partecipazione corale, ma il Risorgimento italiano, a differenza di quello di altri paesi europei, deve moltissimo all’entusiasmo di larghi settori di cittadinanza e vide soprattutto la grande partecipazione volontaria dei giovani.

Ma il convegno era dedicato a Giuseppe Mazzini, ed inserito negli eventi di celebrazione del bicentenario della sua nascita. Visto il titolo delle due giornate la prospettiva è stata soprattutto quella del Mazzini giornalista, o del suo rapporto con la stampa, o del suo ruolo nella formazione dell’opinione democratica nel Risorgimento. E poi eccezionale e trascinante è stata la prolusione di Giorgio La Malfa (che in questa sede ammiro e basta) che ha ricordato la collocazione del genovese «Tra il liberalismo inglese e il socialismo nascente, una posizione in grado di cogliere libertà e uguaglianza che parla all’oggi. Un ideale di lotta contro lo spirito del nazionalismo, per creare una nazione italiana tra le nazioni europee nel rispetto di quella fratellanza indispensabile per la sicurezza». E poi l’economia, Mitterand, un continente «Vecchio al confronto con Stati Uniti, Cina e India, ancorato ancora alle sue gloriose e vecchie università», e poi ancora Mazzini, l’unità e la libertà: «Aveva chiaro che l’unità fosse impossibile farla dal basso solamente con i diritti, occorreva piuttosto raggiungerla dall’alto puntando sui doveri di ogni individuo».

Perché Mazzini non fu solo agitatore politico, rivoluzionario, apostolo dell’unità italiana, padre della Patria od educatore. Fu soprattutto un uomo che a costo di qualsiasi sacrificio testimoniò Pensiero e Azione, e con la sua vita la verità che insegnava, restando fino in fondo fedele alla propria missione. Ed esattamente per questo ci sarà sempre chi lo amerà e lo prenderà proprio Maestro.




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26 giugno 2005

>IL COMPLEANNO DI PIPPO - indice

22 Giugno>
Manifesto>
Balzani>1 >2
Dialogo sui Doveri>
Ricordo>




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25 giugno 2005

>IL COMPLEANNO DI PIPPO - 6

Per l’esame poteva andare bene. Non l’aveva scelto ancora nessuno, avrei fatto una bella figura dalla maestra e poi soprattutto non era un argomento come quelli che preparavano gli altri. Era un personaggio. Era già il mio personaggio preferito.

Quinta elementare. Giuseppe Mazzini i miei compagni non è che li avesse proprio spaventati come qualcuno voleva far credere. Piuttosto è che loro preferivano le due guerre mondiali, o le tre d’indipendenza, o il fascismo, o il nazismo. Il comunismo mi pare non lo preferì nessuno. E poi, ecco, decidere di preparare una ricerca per l’esame di licenza su un argomento sarebbe stato facile, avevamo la biblioteca piena di libri che si intitolavano «La Grande guerra», «Mussolini», «Hitler», «La Seconda guerra mondiale». Per Mazzini, invece, dovette pensarci la mia maestra, quella della bella figura, che però per capire cosa succedeva dopo la Repubblica Romana dovette chiedere un po’ in giro. Il nostro sussidiario diceva solo che era genovese, l’anno di nascita, che era carbonaro, poi massone, e che a un certo punto disse «L’Italia deve essere una, libera e repubblicana».

Alle scuole elementari che l’Italia dovesse essere «Libera e repubblicana» di dubbi ce n’erano pochi. Era su quell’«Una» che nel 1995 qualche dubbio qualcuno l’aveva. O meglio, l’Italia poteva pure essere «Una», ma la Padania sarebbe stata un’altra. Ricordo che a casa mi dicevano che quest’altra Padania finiva al Po, e che però il mio compagno mi raccontava che l’Emilia-Romagna ne faceva parte lo stesso, e che allora i miei genitori mi spiegarono che era perché eravamo una regione ricca.

Tutto giusto. Compreso il fatto che il mio compagno fosse il figlio del segretario politico comunale della Lega nord di Faenza, e che lui di storia, per l’esame, non sapesse proprio cosa portare. «Giuseppe Mazzini», gli suggerii, che tutti gli altri si erano già messi in coppia perché avevano capito che in due si sarebbe lavorato di meno.

Io ero più individualista. E volevo fare tutto da solo, e allora gli portai la ricerca, completa, solo da studiare, se voleva essere promosso. Ma non importava molto. Mi premeva solo che capisse che l’Italia fosse «Una». Una per davvero.




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24 giugno 2005

>IL COMPLEANNO DI PIPPO - 5

Non crediate di essere soli e i soli. Non crediate di esservela fatta soltanto voi pochi che in questi giorni avete continuato a visitare le modeste pagine di questo bloguzzo. La domanda «Ma cosa sopravvive oggi di Mazzini?» ce la siamo posti tutti, specialmente chi mazziniano lo è o si considera tale. Perché considerando la dimensione mondiale di Giuseppe Mazzini e i tratti moderni della sua opera, la questione resta sempre la stessa: come infrangere la barriera che da sempre ha separato il patriota dal grande pubblico? Mattarelli pensa di chiederlo direttamente allo stesso Mazzini, in una sfida la cui posta in palio è quella di evidenziare la forza innovativa del pensiero mazziniano attraverso un percorso che appare imprescindibile per chiunque abbia oggi a cuore la costruzione di una religione laica e civile che armonizzi le esigenze dei singoli, dia nuovo senso al concetto di cittadinanza, di libertà, al ruolo della patria, dell’Europa e dell’umanità, poste di fronte alle suggestive ma ostiche e irte incognite delle sfide globali. Un Mazzini, dunque, che «Scende dal piedistallo agiografico inaccessibile, freddo e talvolta polveroso», che incalzato spiega perché ha posto «Dio e il Popolo» quale principio del Dovere e fondamento di tutta la sua teoria politica. Che ci spiega, soprattutto, perché il suo pensiero può ancora aiutarci a vivere liberi.

Dialogo sui Doveri – Il pensiero di Giuseppe Mazzini (id., Venezia, 2005, tascabili Marsilio Editori/Saggi)
di Sauro Mattarelli




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23 giugno 2005

>IL COMPLEANNO DI PIPPO - 4

La Giovane Italia è stata per alcuni anni, fino verso la metà del decennio Trenta, l’unica agenzia di nazionalizzazione presente nel Paese. Si comprende bene, dunque, la ragione per cui gran parte della classe dirigente risorgimentale, nata nei primi anni XIX secolo sia passata, sia pure marginalmente, attraverso quella esperienza: per essere italiani bisognava contaminarsi, allora, con il mazzinianesimo.

Ciò induce ad alcune considerazioni. In primo luogo spinge a comprendere il motivo per cui molte tradizioni politiche, nel Novecento, abbiano guardato a Mazzini come precursore: l’oggetto Italia, in termini politico-culturali moderni, è invenzione sua. In secondo luogo suggerisce cautele circa l’effettiva diffusione di un modello statal-nazionale predominante nella fase anteriore al 1848. Non c’è dubbio che Mazzini abbia avuto un’idea molto precisa dell’Italia da realizzare, almeno nei suoi tratti essenziali («Una, libera, repubblicana», secondo la nota formula); è meno sicuro che la percezione del suo messaggio sia stata altrettanto chiara nelle varie periferie del Paese, soggette a disturbi di ricezione, per così dire, indotti da interferenze culturali e sociali locali, spesso molto forti. In terzo luogo mette in luce la natura concentrica dell’itinerario mazziniano: il giro largo è la nazione, poi si entra in un giro più stretto –Repubblica, Democrazia e i relativi corollari politico-sociali– ; infine c’è la religione, cioè l’approdo definitivo al «Progetto umanitario». Via via che i cerchi si stringono, i seguaci di Mazzini si riducono progressivamente.

Il disegno nazionale ha un successo colossale, al punto che, alla fine, l’Italia si farà sul serio, ed effettivamente offre al suo autore una visibilità ed una centralità politica inusitate. Già intorno al nodo democratico-repubblicano, le schiere si assottigliano, e molti patrioti manifestano idee diverse ancor prima del ’48. Poi le diaspore continuano, negli anni Cinquanta e nel decennio successivo, fino all’ultima emorragia, quella del 1871, a vantaggio dell’Internazionale socialista.

Giuseppe Mazzini sembra spesso ermetico, il suo disegno sfugge, la sua democrazia pare troppo blanda, ora addirittura misticheggiante, con il persistente riferimento a Dio, con l’idea di un governo dei migliori al di sopra delle parti, quasi un sacerdozio civile a tutela del «fuoco sacro» dei valori condivisi. Non la si riesce a stabilizzare e quando lo si fa ecco che il sistema fa acqua da diverse parti. Il punto fermo è l’umanità, ma stranamente nessuno di coloro che si occupano della traduzione politica del fenomeno Mazzini, lui vivente, prende sul serio questo problema.

Perché? Perché il nodo dell’umanità non è solubile politicamente; ci vuole, per affrontarlo, un respiro esistenziale, una predisposizione anteriore alla politica, che molti interlocutori non percepiscono.

Qui l’intelluttuale genovese patisce un autentico scacco. E non perché la Repubblica, in Italia, non si realizza, ma perché molti esponenti di quella comunità in cerca della democrazia, decidono di tirarsi indietro. (2.fine)

Roberto Balzani




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