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31 agosto 2013

>MOSTRA DI VENEZIA 2013 - 4

Ci sono i film squisiti, deliziosi. Poi ci sono i film girati con il cuore. Poi c’è Vi är bäst! (We Are the Best!) (orizzonti) del sempre grande Lukas Moodysson che è la folgorazione del festival. Tratto da una graphic novel della moglie, bastano pochissime immagine dell’eccezionale fotografia sempre sospesa tra super 8 di famiglia, fascino da boom della tv e vivacissima grazia visiva per capire che è iniziato un strepitoso viaggio nel tempo. E nella Stoccolma del 1982 conosciamo subito Bobo (si pronuncia Bobò) e i suoi occhialini alla Gramsci, che alla festa dei quarant’anni della madre si sente commentare il suo nuovo corto taglio di capelli. Il fratello della migliore amica le consiglia di farsi gli spuntoni con il sapone, mentre Klara in persona non è del tutto convinta che il movimento punk sia poi così morto come le dicono. Le due acconceranno i capelli anche alla svedesina perfetta Hedvig e a 13 anni faranno tutto per credersi una vera punk band. L’incantesimo di questo gioiello è che è girato come fosse un travolgente film per ragazzi e insieme è un coltissimo mockumentary cinefilissimo. Il miracolo di questa sceneggiatura è che è scritta come fosse una commedia e insieme è un adorabile, emozionantissima e buffissima favola. Le tre spassosissime protagoniste chiedono l’elemosina in metropolitana, incontrano ragazzi, diventano grandi, sopportano i genitori. Il loro primo pezzo è contro lo sport. «Poi bisogna impiccare dio perché è fascista». Ma subito il dubbio: «Però sarebbe una canzone cristiana, perché se va impiccato significa ammetterne l’esistenza».

Bollato frettolosamente dall’ufficio stampa come eco–noir, o eco–thriller (che è pure peggio), Night Moves (venezia70) è prima di tutto il nuovo film dell’eccellente Kelly Reichardt, e dunque un trattato completo e archetipico. Dopo la pista dell’Oregon, qui si cerca il fertilizzante nitrato d’ammonio per abbattere la diga della centrale idroelettrica in nome dell’ambientalismo. «Al college c’erano solo fighetti che fumano, poi escono e vanno a lavorare nelle comunicazioni: l’unica materia interessante era biodiversità» dice una cresciutissima Dakota Fanning prima dell’attentato. La regia al solito è mirabolante, quasi come se ogni inquadratura diventasse poi soggettiva. Di eco–noir c’è pochino, pure nella prima parte, che è quella dove i tre antieroi progettano l’azione. Il meglio viene dopo, quando il film preferisce andare alle viscere dell’estremismo e mostrare senza fronzoli né trionfalismi le dinamiche terribili dell’insinuante «sappiamo quel che hai fatto». Realizzando l’ossimoro perfetto di una distanziatissima cronaca coinvolta che ha al centro un impegnatissimo Jesse Eisenberg, il nuovo antieroe di un film politico che il mio tifo vorrebbe premiato con il Leone.

La zampatona di Stephen Frears s’intitola Philomena (venezia70) e la definizione la dà il giornalista ex Bbc (ci tiene moltissimo…) intepretato da un inimitabile Coogan: «Storia di vita vissuta». Suore irlandesi che vendevano agli americani i figli sottratti alle ragazze madri del loro collegio e un’ormai anziana madre coraggio (la supremazia di Judi Dench è oltre ad ogni definizione) che dopo cinquant’anni di silenziosa ricerca diseppellisce il segreto e la violenza subita. I due partono per gli States e scoprono che il piccolo è diventato uno spin doctor del Partito repubblicano di Reagan. Non solo. Cuore di mamma conferma: «Ho sempre saputo che era gay, fin da piccolo era molto sensibile e quando ho visto la foto in salopette si è dissipato ogni dubbio». La sua Hildegarde è cattiva sin dal nome, il film viaggia lisco e delicatissimo su tutte le frequenze del cinema, virando ogni volta alla grande tra gag riderissime della scrittura, l’impegno drammatico, la ricerca un po’ spy, le scene madri sul grilletto del pianto. E siccome lo spettatore medio non è più abituato, a Frears non basta giganteggiare di suo, vuole riportare tutto al mestiere innestando nel testo e nella grammatica del suo capolavoro pure le riprese originali dei filmini di famiglia della storia e degli uomini veri che hanno ispirato la vicenda narrata sul grande schermo. Ricordandoci che cos'è il british style e il grande cinema puro di Racconto, quello senza paura di ogni vitalità.

Non è che non l’avevo mai visto, non l’avevo proprio neanche mai immaginato che si potesse cagare in piedi sull’ultima neve e poi pulirsi il culo con un bacchetto di legno raccolto a terra al momento. In Child of God (venezia70) c’è anche molto altro, tipo il moccolo permanente, il sudiciume ontologico, le seghe fuori dai finestrini delle macchine alcova delle coppiette, scalpi completi del cuoio capelluto usati poi come parrucche, le facce e gli ululati del lupo. Il piatto forte della casa sono però le scene in cui Scott Haze, nel ruolo dello sfrattato delle montagne del Tennessee, si scopa le ragazze morte o da lui uccise di fresco. Beh, non pensate subito male, è un individuo disturbato, in isolamento estremo, quello che alle sagre vince tutti i megapupazzoni al tiro col fucile, sotto lo sguardo stizzito dell’attrazione mangiasoldi. Che livello. Tratto dal romanzo omonimo, ecco a voi la dimostrazione che Cormac McCarthy non è un autore per tutti. E infatti James Franco ci inciampa penosamente con la esegesi del reietto monotono e mononota.




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30 agosto 2013

>MOSTRA DI VENEZIA 2013 - 3

Anfang kapitel, ende kapitel. Con schermo a nero e flemmatica grafica. Die Frau des Polizisten (The Police Officer’s Wife) (venezia70) replica il ritmo di «anfang kapitel, ende kapitel» per 59 volte nei dichiarati 175 minuti. Le prime parole del film al capitolo 4, e sono sul coniglio pasquale. Il capitolo 16 è dedicato alle corse dei trattori alla sagra. Nel capitolo 24 moglie marito giocano con lo spazzolino elettrico. C’è pure la soggettiva del lunghissimo schizzo dell’acqua. Ci sono i capitoli dedicati alla poesia di San Martino recitata a memoria della piccola e di quella del pesciolino improvvisata dal babbo poliziotto. La bambina Clara ha anche il pollice verde, alleva qualche lombrico e coltiva erbe spontanee sotto le piastrelle del cemento in cortile. Poi, in un altro capitolo vede la mamma fumare nuda nel bagno. La mamma è la moglie del poliziotto ed è piena di lividi. «Ha una malattia, con pizzicotto diventa subito nera, verde o gialla». In realtà prende le botte dall’uomo. Leggasi Philip Gröning, che non girava dallo stupendo Il grande silenzio, in feroce formissima. Senza colonna sonora. Ipnotizzati a guardare. Tre ore. Un irresistibile pugno nello stomaco di tre ore, e anche un discreto calcio nelle palle di noi maschietti. Tre ore di regia raffinatissima e tre ore massacranti di violenza domestica. Il primo capolavoro del festival.

Promettente fin dalla dichiarazione d’intenti. Piccola Patria (orizzonti) parte con le riprese aeree di capannoni, vacche, campi coltivatissimi. Entra in stanza e mostra quella che bolliamo subito come una prostitutina. Maltrattata. C’è la lavanderia industriale, il mercatone dei cinesi, ancora un po’ di superstrade, e la televisione che trasmette un documentario su Osama Bin Laden. Mai visto un ritratto tanto schietto e caparbio della provincia veneta, con lo stand gialloblu di Indipendenza, collere razziste, evasione fiscale, debiti, il momento della santa messa. Ottimo anche l’evento gastronomico casalingo delle lumache vissuto subito come momento aggregativo. La storia comincia a finire male, ma l’autore Alessandro Rossetto ha pensato a tutto. È arrivato al suo primo lungometraggio a cinquant’anni e con ancora qualche incrostazione impartitagli dal Dams di Bologna (tentazione ralenty, gestione smaniosa del climax ascendente, attraversamento di gatti in cortile, la scena al poligono, due api rinsecchite sulla tavola). Ma i suoi personaggi sono tutti al crepuscolo e lui conosce gli schemi giusti per superare e separare documentario e finzione. Applausi.

Joe (venezia70) è la bandiera delle anime buone e della loro lotta per affrancarsi. Nicolas Cage ha allestito e paga regolarmente la sua squadra di boscaioli per l’avvelenamento degli alberi da abbattere. Tye Sheridan (questo è uno che presto sfonda) è un 15enne con padre ubriacone e violento. «Non posso sporcarmi le mani per ogni sciocchezza» gli dice il protagonista, che in prigione c’è già stato e che ora si concede al massimo la trasgressione di andarsi a far spompinare nella casa bordello delle sue amichette, portando prima la sua bulldog americana a sbranare la belva di guardia, e concentrandosi poi sui fiocchi di neve alla parete mentre la tipa ha già aperto la bocca. Sotto la bandiera sudista si conoscono tutti, sempre pronti a fare a cazzotti, mentre le donne possono essere solo madri fallite, puttane o sognatrici di cene al ristorante dopo essersi fatte aprire per scendere la portiera dell’auto. David Gordon Green firma un’altra via per redenzione, pick up e fine del sogno americano. Tutto molto riuscito, compreso l’understatement e il mainstream dell’argomento.

Grazie a The Canyons (fuori concorso) e solo al terzo giorno di Lido ho rischiato l’abbiocco. Neanche i giochini erotici filmati con il telefonino tra il pornoattore protagonista (è vero, googlate James Deen) e Lindsay Lohan riuscivano ad eccitarmi. Chiamano ragazzi dalle chat, li fanno entrare in casa loro e li lasciano lì a menarsi l’uccello mentre loro due fanno un po’ di maialate assortite. Ovviamente non si vede nulla, e altrettanto ovviamente quando si passa al tavolo a quattro sono le donnine che iniziano a dettare ritmi e temi del gioco, e così il maschietto si ritrova a farsi succhiare un po’ il cazzo dall’altro omarello nell’orgia. In verità tutta ‘sta gente perversa starebbe lavorando ad un film, perlomeno tra una seduta e l’altra dallo strizzacervelli. Sempre sul filo di noia e ridicolo, ecco l’ennesima prova che neanche un gran bel paio di tette può salvare il sopravvalutato cronico Paul Schrader regista. Che tra l’altro gli unici spunti buoni li copia dal De Palma calante degli ultimi anni, e vorrebbe acchiappare attenzione e sconcertare il pubblico pagante con le storielle della Hollywood decadence.

Yuri Esposito (biennale college - cinema) è uno dei tre progettini finanziati dal laboratorio ad alta formazione messo in piedi dalla Mostra per aiutare i talenti emergenti. Il risultato è ottimo e l’obiettivo è centrato. La storia dell’uomo più lento del mondo, costretto a stabilizzare con un vaccino il suo handicap di costrizione ad una velocità di un quinto rispetto a quella delle persone normali, nasconde in realtà una finissima opera di fantascienza e non solo di omaggio. Nell’eleganza del regista Alessio Fava, che dirige sul set la faentina adottiva Beatrice Cevolani nel ruolo di spalla della moglie di Yuri, qualcosa si può ancora correggere, ma il suo uomo più lento del mondo, in fondo, si chiama e si muove come Gagarin nel cosmo. Bella intuizione.

La Voce di Berlinguer (fuori concorso proiezioni speciali) avvia con un anno di anticipo il trentennale della morte del grande leader comunista. Ma sono solo 20 minuti di faccioni su comizi fuoricampo coperti da un sound assordante.




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29 agosto 2013

>MOSTRA DI VENEZIA 2013 - 2

Non tutti sanno che alla fine della Seconda guerra mondiale, nella Germania occupata dai sovietici c’erano bambini orfani in fuga nei boschi, dalla fame, dalla sete a caccia di sopravvivenza. Wolfskinder (Wolfschildren) (orizzonti) è la loro storia, o perlomeno, una prima testimonianza per il grande pubblico, fuga di due fratelli verso quella Lituania che opponendosi ai comunisti aveva ancora famiglie contadine disposte ad accogliere i piccoli tedeschi. Loro fumano, hanno lo sguardo consapevole dell’innocenza, rubano un cavallo e lo uccidono per mangiarselo, bevono la pioggia e giocano colorandosi lingua e labbra del viola dei mirtilli. «Sei mai stata in una città? O al mare?» chiede il più piccolo a una nuova compagna di viaggio, prima di procedere a seguire diligentemente una struttura e una scrittura che, nonostante proceda solo per elencazione (le attività, le difficoltà, l’alimentazione), regge fino in fondo senza annoiare mai.

Julia (giornate degli autori evento speciale) è documentario su questa transessuale lituana, la più brava della sua scuola d’arte, che però sceglie la strada di Berlino e della prostituzione. «In strada faccio il prezzo e se non va bene “arrivederci”» dice. Julia K., per la precisione, è un’alcolista, si droga bucandosi nei polsi, continua a battere, raccoglie i mozziconi da terra, prende le botte e perde la strada di casa, che poi sarebbe il fetido sottoscale del cinema porno in cui trova rifugio e fa le sue marchette. «Tu devi farti rinchiudere immediatamente» le dicono tornata al villaggio per esigenza di copione (la regista e sceneggiatrice è una fotografa a tema queer che per un poco ha offerto sesso come la protagonista). «Questa è una vecchia credenza sovietica» risponde Julia K. strafatta, sfigurata, sui trampoli leopardati comprati a venti euro. Ok, abbiamo capito che ha iniziato a bere «per sciacquare via lo schifo», e ok, questo è un biohorror senza compromessi sociosessualesistenziale eccetera eccetera sulle identità di genere e sull’umanità ai margini. Dovrebbe (dis)turbare? E invece mostra solo quanto invece di farci 88 minuti in hdv destinazione festival, ci sarebbe stato bisogno d’aiuto.

Dopo il bucato, in Via Castellana Bandiera (venezia70) hanno steso ad asciugare un reggiseno rosso. Dà colore, dovrebbe essere come minimo una coppa C e fa capire che comunque ci si muove dalle parti del cinema vaginale, quello di donne fatto dalle donne. Il problema è che questa volta è fatto anche da una compagnia di teatranti, tutti a interpretare in volto e accento gli abitanti di questa strada stretta, in cui due macchine nei diversi sensi di marcia chiedono la precedenza. Cioè la retromarcia dell’avversaria. Tutto ovviamente è surreale, la via inizia con le scommesse, la risata è amara, metafore, simboli, allegorie stanno in agguato e l’imboscata riesce solo ai danni di chi non è preparato anche al peggio. Perché Emma Dante è partita dal suo romanzo, poi ci ha lavorato sul palcoscenico e oggi si bulla di un’opera prima ancora sullo stesso testo. E il limite del teatro al cinema è proprio questo, non è tanto questione grammaticale di messa inscena, che qui quando funziona procede spedita e quando zoppica comunque incuriosisce: prima la macchina da presa fagocita, durante il regista digerisce e dopo il fascio di luce proietta. Al netto dell’urgenza civile di raccontare l’Italia di oggi per spiegare il film in conferenza stampa, forse varrebbe la pena chiedersi se non sarebbe bastato fare un corto.

Il film inizia informando i cortesi spettatori aborigeni che le immagini potrebbero anche essere accompagnate da voci di aborigeni morti. La magia di Tracks (venezia70) è che il preciso John Curran non lascia niente al caso: la storia è vera ed è quella pazzesca di Robyn Davidson in nove mesi degli anni Settanta di deserto e luoghi proibitivi arrivò da Alice Springs all’Oceano indiano, quasi tremila chilometri d’Australia con la cagnetta e tre cammelli, dopo aver lavorato a gratis per apprenderne la dura arte dell’addestramento. Motivo dell’impresa: anticonformismo e ricerca eremitica di sé. Sponsor: National Geographic, che punta alle foto e mette alle calcagna dello spirito libero un l’imberbe più irritante possibile. È un film bellissimo, dove ad un’azione di mille difficoltà né corrisponde una uguale e contraria illuminata dalle infinite luminosità dei posti più selvaggi del pianeta. E poi ci sono i miraggi e la ritualità aborigena da rispettare, tra luoghi inviolabili, banditi alle donne e sapienza ancestrale. Diranno pure che Mia Wasikowska è in stato di grazia, ma qui sappiamo che numero uno la ragazza ci è nata. E come accade con la più grande letteratura di viaggio, subito si vorrebbero più e più spesso virgolette di dialoghi, poi si vorrebbe invece riuscire a de–scrivere così. Potente.

Fuck Bombers. Basterebbe già il nome del sodalizio di questi giovanastri cinefili a fare di Jigoku de naze warui (Why Don’t You Play in Hell?) (orizzonti) un imperdibile capolavoro oltre il genere. Chi storce il nasino o alza il ditino all’insù al primo ideogramma, si accomodi altrove, il posto c’è sempre. I nostri eroi, mentre la bimba del boss canta e sorride in tv nello spot di dentifricio e spazzolino, hanno già il Bruce Lee di Giappone, l’action hero che il loro film dovrà stagliare nel mito. Il passo verso lo yakuza sfrontato e farsesco è presto fatto, con due clan rivali pronti a far scorrere la vena più splatter. Sion Sono firma l’inno della mia gioia e proclama la sua carnefiCinema, in una lezione magistrale di set e furore di intrattenimento che anche la fu Venezia del sempre divo Marco Müller non dimenticherà mai. Anche per questo, viva oggi Alberto Barbera.




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28 agosto 2013

>MOSTRA DI VENEZIA 2013 - 1

Proiezione unica e obbligata, L’Arbitro (giornate degli autori proiezione speciale) è il battesimo stravagante della preapertura di Mostra. Desiderato, ben pensato e diretto con grande cura, il film sardo di Paolo Zucca ha presupposti e balletti da operetta, giochini di polvere da richiamo western, rimandi grotteschi e troppo artificiosi alla Cinico Tv e il vezzo di un bianco/nero alla fine totalmente improduttivo. Insomma, giocando sugli stereotipi del calcio e della piccolissima provincia, con Geppi Cucciari, un bravo Stefano Accorsi, due sketch di Pannofino nel ruolo malandrino e ormai fuori tempo massimo dell’arbitro Mureno (sigh) e alcuni caratteristi elevati al ruolo, l’operazione simpatia non basta però a farne qualcosa di consistente. L’arbitro del titolo, fischietto e crocifisso e religione di superstizione, vive nell’immaginario profano del tonfo dai quarti della Champions alla Terza categoria, mentre l’oriundo ritornato al paesello regalerà la gloria allo sgarrupato Atletico Pabarile. L’allenatore è cieco e sulle tute delle giacchette nere c’è scritto Fefa per questioni di diritti.

Alfonsone Cuarón regala a Venezia il più incredibile dei film, la più incredibile delle visioni, la più incredibile delle ricostruzioni: il suo grande e ignoto spazio profondo ha immagini, sensazioni, sguardi e illusioni e che, davvero, segnano uno dei momenti più stupefacenti e importanti non solo di un festival del cinema. Il suo Gravity (fuori concorso) è un capolavoro di fantascienza e spettacolo, studio e ricerca, dove la forma è l’arte pura cinematografica e la sostanza la classicità della storia, della narrazione, della grandezza anche ironica degli studios hollywoodiani. Colpita e affondata da detriti spaziali, rottami che viaggiano a oltre 130mila chilometri all’ora, la navicella di Bullock (protagonista totale) e Clooney (rinforzo ideale) è andata distrutta e l’unica speranza di salvezza è ora raggiungere la stazione orbitante cinese. Fino a quando non vedrete il ranocchio finale, vi mancherà il fiato. La tecnica è grande come il mondo, la creazione e ricostruzione è perfetta e non dimentica il cuore, e c’è pure il battito ritrovato del grande cuore d’attore.

Alessandro Rak ha scritto le sue note di regia cercando rima e poesia. Ma L’Arte della Felicità (settimana della critica evento speciale – film d’apertura), che a Napoli è anche un festival evento e che qui vorrebbe essere un gioiellino d’animazione, comincia con un gabbiano che plana sulla città partenopea, la pioggia, i pensierini sull’anima, le lacrime, l’esegesi dei ricordi e dei tuffi nei ricordi, e tante metafore a iniziare dall’ostacolo casuali che sui binari altrui farà trovare un’altra strada alla macchinina a molla. C’è una battuta sul pianto provocata dal nuovo presidente del Consiglio, riconducibile a Berlusconi, ma le tempistiche di lavorazione del film hanno incrociato tecnici e larghe intese, e questo gli giova. Ci sono aforismetti del tipo «Crescere da soli è come giocare a palla contro un muro». Il tassista, e questo si sa, raccoglie invettive e flussi di coscienza. Il titolo è il nome della stazione radio, che trasmetta colta musica d’autore. Sì, insomma: illustrazioni di pregio, dichiarato sguardo a Oriente, tanto senso della vita e un po’ di quello della morte, linguaggio, linguaggi e filosofia spirituale. Appena fuori dall’habitat Mostra, partirà il flop.

A confermare ancora la grinta del cinema israeliano, qui in coproduzione belga tedesca, arriva Bethlehem (giornate degli autori), prodigiosa opera prima che porta dritti al cuore del dramma e del conflitto palestinese: soprattutto quello interno alla cosiddetta Autorità nazionale. Tra l’attività dei servizi segreti ebraici e dei loro infiltrati, questioni di soldi, gruppuscoli combattenti, divergenze tra Hamas e brigate di al–Aqsa, martiri di Allah e vendette private, il 34enne Yuval Adler racconta e mostra con un’efficacia raramente vista prima d’ora chi sono e quanti quelli che vorrebbero unirsi, non sempre riuscendoci, contro Israele. Merito di una sceneggiatura senza paura e sempre sul campo, prima del romanzo di formazione con Sanfur e il suo gruppo di coetanei, poi del thrillerone con l’agente Razi e il bellissimo legame tra i due, poi del dramma e della guerra, con tanto di realistici e consistenti scontri a fuoco.




permalink | inviato da clos il 28/8/2013 alle 15:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


27 agosto 2013

>MOSTRA DI VENEZIA 2013 - 0

Ti accorgi di essere vecchio, invecchiato e appassito non perché al decimo anno (meno uno di buco) ti ritrovi sempre appassionatamente impegnato negli stessi, identici e indistinguibili riti (meno la pipì all’Excelsior, che boh, stavolta non mi scappava), ma perché come tutti gli anziani noti drastiche riduzioni di pazienza e tolleranza. Per esempio: insopportabili le polemiche su Venezia, gli attacchi preventivi al direttore artistico di Venezia, le discussioni prevenute sull’organizzazione del festival a Venezia, i commenti sapientoni sulle tendenze per Venezia, ma insopportabile anche tagliarmi subito con l’affilatissima carta dei comunicati stampa al casellario.

Ti accorgi di essere vecchio, invecchiato e appassito non perché ciò che ti dovrebbe esaltare si dichiara con tutti i suoi difetti (certo, certo, il nuovo parco giochi per giornalisti è fichissimo, ma la plastica fa gocciare schiena e sedere, e il design delle sedute con appoggio tablet è ovviamente progettato con scrupolo antimancino), ma perché tutto ciò che è parola d’ordine dei tempi correnti ti provoca un’irritazione peggiore del taglio al dito con l’affilatissima carta dei comunicati stampa di cui poco fa. Il dignitoso cantiere dell’area all’amianto, quello visibile e inaccessibile, ordinato e coperto, si è trasformato in Il Lido in primo piano, a cui segue la serie più orrenda di parole mai messe in fila: processo partecipativo, piano di recupero, laboratorio, categorie economiche, rilancio complessivo, segmento, rendering, pannelli solari, fotovoltaici, turbine eoliche, ma certamente ventilazione naturale, materiali riciclati, alberi e prati. Manca sinergia, ma signora mia cittadini è scritto nei pannelli ben chiaro, ah sì, hanno deciso i cittadini, l’area sarà brutta da vedere ma le riunioni di cittadini per decidere che farne le abbiamo fatte, evviva.

Ti accorgi di essere vecchio, invecchiato e appassito non perché rifiuti i momenti di socialità che la Mostra ti offre (certo, negli anni sono invecchiate anche le mie amichette, eppure io ho perso molti più capelli), ma perché la voglia di cinema e di un minimo di cinque film ogni giorno è la stessa di chi vuole stare tranquillo, in un habitat compiacente, ma soprattutto compiaciuto. Perché qua a Venezia, qua alla Mostra del Cinema, siamo tutti figuranti di polistirolo, e allora almeno cerchiamo di comportarci da privilegiati seguendo la nostra passione. Forza Miyazaki, forza Morris, forza Reichardt, forza Rosi. Viva Curran, viva Franco, viva Gilliam, viva Glazer (che ci porta la divina Scarlett). Ma ci sono pure Amelio, Frears, Gitai, Tsai, e tanta curiosità sul greco «Miss Violence», su Emma Dante e su quel «Parkland» che significa JFK di nuovo sul grande schermo.

Ti accorgi di essere vecchio, invecchiato e appassito non perché ora finisci gli appunti senza ricordare il fuori concorso (Kim, remake giappo de «Gli spietati», Reitz, la coppia Wajda-Brodzka su Lech Walesa, persino Capitan Harlock in 3D), o l’elevata goduria per i tanti documentari (da quello sperimentale a quello che confessa Lance Armstrong), o le perle nascoste tra le certezze di Orizzonti (Moodysson, Segre, Sono, Pasolini e una nipotina di Coppola), o infine le ricchissime proposte di Settimana della critica e Giornate degli autori.

No, ti accorgi di essere vecchio perché lamenti l’assenza dell’acqua gratis e fresca in un frigorino di sala stampa.




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