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>MOSTRA DI VENEZIA 2013 - 2

Non tutti sanno che alla fine della Seconda guerra mondiale, nella Germania occupata dai sovietici c’erano bambini orfani in fuga nei boschi, dalla fame, dalla sete a caccia di sopravvivenza. Wolfskinder (Wolfschildren) (orizzonti) è la loro storia, o perlomeno, una prima testimonianza per il grande pubblico, fuga di due fratelli verso quella Lituania che opponendosi ai comunisti aveva ancora famiglie contadine disposte ad accogliere i piccoli tedeschi. Loro fumano, hanno lo sguardo consapevole dell’innocenza, rubano un cavallo e lo uccidono per mangiarselo, bevono la pioggia e giocano colorandosi lingua e labbra del viola dei mirtilli. «Sei mai stata in una città? O al mare?» chiede il più piccolo a una nuova compagna di viaggio, prima di procedere a seguire diligentemente una struttura e una scrittura che, nonostante proceda solo per elencazione (le attività, le difficoltà, l’alimentazione), regge fino in fondo senza annoiare mai.

Julia (giornate degli autori evento speciale) è documentario su questa transessuale lituana, la più brava della sua scuola d’arte, che però sceglie la strada di Berlino e della prostituzione. «In strada faccio il prezzo e se non va bene “arrivederci”» dice. Julia K., per la precisione, è un’alcolista, si droga bucandosi nei polsi, continua a battere, raccoglie i mozziconi da terra, prende le botte e perde la strada di casa, che poi sarebbe il fetido sottoscale del cinema porno in cui trova rifugio e fa le sue marchette. «Tu devi farti rinchiudere immediatamente» le dicono tornata al villaggio per esigenza di copione (la regista e sceneggiatrice è una fotografa a tema queer che per un poco ha offerto sesso come la protagonista). «Questa è una vecchia credenza sovietica» risponde Julia K. strafatta, sfigurata, sui trampoli leopardati comprati a venti euro. Ok, abbiamo capito che ha iniziato a bere «per sciacquare via lo schifo», e ok, questo è un biohorror senza compromessi sociosessualesistenziale eccetera eccetera sulle identità di genere e sull’umanità ai margini. Dovrebbe (dis)turbare? E invece mostra solo quanto invece di farci 88 minuti in hdv destinazione festival, ci sarebbe stato bisogno d’aiuto.

Dopo il bucato, in Via Castellana Bandiera (venezia70) hanno steso ad asciugare un reggiseno rosso. Dà colore, dovrebbe essere come minimo una coppa C e fa capire che comunque ci si muove dalle parti del cinema vaginale, quello di donne fatto dalle donne. Il problema è che questa volta è fatto anche da una compagnia di teatranti, tutti a interpretare in volto e accento gli abitanti di questa strada stretta, in cui due macchine nei diversi sensi di marcia chiedono la precedenza. Cioè la retromarcia dell’avversaria. Tutto ovviamente è surreale, la via inizia con le scommesse, la risata è amara, metafore, simboli, allegorie stanno in agguato e l’imboscata riesce solo ai danni di chi non è preparato anche al peggio. Perché Emma Dante è partita dal suo romanzo, poi ci ha lavorato sul palcoscenico e oggi si bulla di un’opera prima ancora sullo stesso testo. E il limite del teatro al cinema è proprio questo, non è tanto questione grammaticale di messa inscena, che qui quando funziona procede spedita e quando zoppica comunque incuriosisce: prima la macchina da presa fagocita, durante il regista digerisce e dopo il fascio di luce proietta. Al netto dell’urgenza civile di raccontare l’Italia di oggi per spiegare il film in conferenza stampa, forse varrebbe la pena chiedersi se non sarebbe bastato fare un corto.

Il film inizia informando i cortesi spettatori aborigeni che le immagini potrebbero anche essere accompagnate da voci di aborigeni morti. La magia di Tracks (venezia70) è che il preciso John Curran non lascia niente al caso: la storia è vera ed è quella pazzesca di Robyn Davidson in nove mesi degli anni Settanta di deserto e luoghi proibitivi arrivò da Alice Springs all’Oceano indiano, quasi tremila chilometri d’Australia con la cagnetta e tre cammelli, dopo aver lavorato a gratis per apprenderne la dura arte dell’addestramento. Motivo dell’impresa: anticonformismo e ricerca eremitica di sé. Sponsor: National Geographic, che punta alle foto e mette alle calcagna dello spirito libero un l’imberbe più irritante possibile. È un film bellissimo, dove ad un’azione di mille difficoltà né corrisponde una uguale e contraria illuminata dalle infinite luminosità dei posti più selvaggi del pianeta. E poi ci sono i miraggi e la ritualità aborigena da rispettare, tra luoghi inviolabili, banditi alle donne e sapienza ancestrale. Diranno pure che Mia Wasikowska è in stato di grazia, ma qui sappiamo che numero uno la ragazza ci è nata. E come accade con la più grande letteratura di viaggio, subito si vorrebbero più e più spesso virgolette di dialoghi, poi si vorrebbe invece riuscire a de–scrivere così. Potente.

Fuck Bombers. Basterebbe già il nome del sodalizio di questi giovanastri cinefili a fare di Jigoku de naze warui (Why Don’t You Play in Hell?) (orizzonti) un imperdibile capolavoro oltre il genere. Chi storce il nasino o alza il ditino all’insù al primo ideogramma, si accomodi altrove, il posto c’è sempre. I nostri eroi, mentre la bimba del boss canta e sorride in tv nello spot di dentifricio e spazzolino, hanno già il Bruce Lee di Giappone, l’action hero che il loro film dovrà stagliare nel mito. Il passo verso lo yakuza sfrontato e farsesco è presto fatto, con due clan rivali pronti a far scorrere la vena più splatter. Sion Sono firma l’inno della mia gioia e proclama la sua carnefiCinema, in una lezione magistrale di set e furore di intrattenimento che anche la fu Venezia del sempre divo Marco Müller non dimenticherà mai. Anche per questo, viva oggi Alberto Barbera.

Pubblicato il 29/8/2013 alle 16.43 nella rubrica Cinemio.

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