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>MOSTRA DI VENEZIA 2013 - 3

Anfang kapitel, ende kapitel. Con schermo a nero e flemmatica grafica. Die Frau des Polizisten (The Police Officer’s Wife) (venezia70) replica il ritmo di «anfang kapitel, ende kapitel» per 59 volte nei dichiarati 175 minuti. Le prime parole del film al capitolo 4, e sono sul coniglio pasquale. Il capitolo 16 è dedicato alle corse dei trattori alla sagra. Nel capitolo 24 moglie marito giocano con lo spazzolino elettrico. C’è pure la soggettiva del lunghissimo schizzo dell’acqua. Ci sono i capitoli dedicati alla poesia di San Martino recitata a memoria della piccola e di quella del pesciolino improvvisata dal babbo poliziotto. La bambina Clara ha anche il pollice verde, alleva qualche lombrico e coltiva erbe spontanee sotto le piastrelle del cemento in cortile. Poi, in un altro capitolo vede la mamma fumare nuda nel bagno. La mamma è la moglie del poliziotto ed è piena di lividi. «Ha una malattia, con pizzicotto diventa subito nera, verde o gialla». In realtà prende le botte dall’uomo. Leggasi Philip Gröning, che non girava dallo stupendo Il grande silenzio, in feroce formissima. Senza colonna sonora. Ipnotizzati a guardare. Tre ore. Un irresistibile pugno nello stomaco di tre ore, e anche un discreto calcio nelle palle di noi maschietti. Tre ore di regia raffinatissima e tre ore massacranti di violenza domestica. Il primo capolavoro del festival.

Promettente fin dalla dichiarazione d’intenti. Piccola Patria (orizzonti) parte con le riprese aeree di capannoni, vacche, campi coltivatissimi. Entra in stanza e mostra quella che bolliamo subito come una prostitutina. Maltrattata. C’è la lavanderia industriale, il mercatone dei cinesi, ancora un po’ di superstrade, e la televisione che trasmette un documentario su Osama Bin Laden. Mai visto un ritratto tanto schietto e caparbio della provincia veneta, con lo stand gialloblu di Indipendenza, collere razziste, evasione fiscale, debiti, il momento della santa messa. Ottimo anche l’evento gastronomico casalingo delle lumache vissuto subito come momento aggregativo. La storia comincia a finire male, ma l’autore Alessandro Rossetto ha pensato a tutto. È arrivato al suo primo lungometraggio a cinquant’anni e con ancora qualche incrostazione impartitagli dal Dams di Bologna (tentazione ralenty, gestione smaniosa del climax ascendente, attraversamento di gatti in cortile, la scena al poligono, due api rinsecchite sulla tavola). Ma i suoi personaggi sono tutti al crepuscolo e lui conosce gli schemi giusti per superare e separare documentario e finzione. Applausi.

Joe (venezia70) è la bandiera delle anime buone e della loro lotta per affrancarsi. Nicolas Cage ha allestito e paga regolarmente la sua squadra di boscaioli per l’avvelenamento degli alberi da abbattere. Tye Sheridan (questo è uno che presto sfonda) è un 15enne con padre ubriacone e violento. «Non posso sporcarmi le mani per ogni sciocchezza» gli dice il protagonista, che in prigione c’è già stato e che ora si concede al massimo la trasgressione di andarsi a far spompinare nella casa bordello delle sue amichette, portando prima la sua bulldog americana a sbranare la belva di guardia, e concentrandosi poi sui fiocchi di neve alla parete mentre la tipa ha già aperto la bocca. Sotto la bandiera sudista si conoscono tutti, sempre pronti a fare a cazzotti, mentre le donne possono essere solo madri fallite, puttane o sognatrici di cene al ristorante dopo essersi fatte aprire per scendere la portiera dell’auto. David Gordon Green firma un’altra via per redenzione, pick up e fine del sogno americano. Tutto molto riuscito, compreso l’understatement e il mainstream dell’argomento.

Grazie a The Canyons (fuori concorso) e solo al terzo giorno di Lido ho rischiato l’abbiocco. Neanche i giochini erotici filmati con il telefonino tra il pornoattore protagonista (è vero, googlate James Deen) e Lindsay Lohan riuscivano ad eccitarmi. Chiamano ragazzi dalle chat, li fanno entrare in casa loro e li lasciano lì a menarsi l’uccello mentre loro due fanno un po’ di maialate assortite. Ovviamente non si vede nulla, e altrettanto ovviamente quando si passa al tavolo a quattro sono le donnine che iniziano a dettare ritmi e temi del gioco, e così il maschietto si ritrova a farsi succhiare un po’ il cazzo dall’altro omarello nell’orgia. In verità tutta ‘sta gente perversa starebbe lavorando ad un film, perlomeno tra una seduta e l’altra dallo strizzacervelli. Sempre sul filo di noia e ridicolo, ecco l’ennesima prova che neanche un gran bel paio di tette può salvare il sopravvalutato cronico Paul Schrader regista. Che tra l’altro gli unici spunti buoni li copia dal De Palma calante degli ultimi anni, e vorrebbe acchiappare attenzione e sconcertare il pubblico pagante con le storielle della Hollywood decadence.

Yuri Esposito (biennale college - cinema) è uno dei tre progettini finanziati dal laboratorio ad alta formazione messo in piedi dalla Mostra per aiutare i talenti emergenti. Il risultato è ottimo e l’obiettivo è centrato. La storia dell’uomo più lento del mondo, costretto a stabilizzare con un vaccino il suo handicap di costrizione ad una velocità di un quinto rispetto a quella delle persone normali, nasconde in realtà una finissima opera di fantascienza e non solo di omaggio. Nell’eleganza del regista Alessio Fava, che dirige sul set la faentina adottiva Beatrice Cevolani nel ruolo di spalla della moglie di Yuri, qualcosa si può ancora correggere, ma il suo uomo più lento del mondo, in fondo, si chiama e si muove come Gagarin nel cosmo. Bella intuizione.

La Voce di Berlinguer (fuori concorso proiezioni speciali) avvia con un anno di anticipo il trentennale della morte del grande leader comunista. Ma sono solo 20 minuti di faccioni su comizi fuoricampo coperti da un sound assordante.

Pubblicato il 30/8/2013 alle 19.24 nella rubrica Cinemio.

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