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>MOSTRA DI VENEZIA 2013 - 4

Ci sono i film squisiti, deliziosi. Poi ci sono i film girati con il cuore. Poi c’è Vi är bäst! (We Are the Best!) (orizzonti) del sempre grande Lukas Moodysson che è la folgorazione del festival. Tratto da una graphic novel della moglie, bastano pochissime immagine dell’eccezionale fotografia sempre sospesa tra super 8 di famiglia, fascino da boom della tv e vivacissima grazia visiva per capire che è iniziato un strepitoso viaggio nel tempo. E nella Stoccolma del 1982 conosciamo subito Bobo (si pronuncia Bobò) e i suoi occhialini alla Gramsci, che alla festa dei quarant’anni della madre si sente commentare il suo nuovo corto taglio di capelli. Il fratello della migliore amica le consiglia di farsi gli spuntoni con il sapone, mentre Klara in persona non è del tutto convinta che il movimento punk sia poi così morto come le dicono. Le due acconceranno i capelli anche alla svedesina perfetta Hedvig e a 13 anni faranno tutto per credersi una vera punk band. L’incantesimo di questo gioiello è che è girato come fosse un travolgente film per ragazzi e insieme è un coltissimo mockumentary cinefilissimo. Il miracolo di questa sceneggiatura è che è scritta come fosse una commedia e insieme è un adorabile, emozionantissima e buffissima favola. Le tre spassosissime protagoniste chiedono l’elemosina in metropolitana, incontrano ragazzi, diventano grandi, sopportano i genitori. Il loro primo pezzo è contro lo sport. «Poi bisogna impiccare dio perché è fascista». Ma subito il dubbio: «Però sarebbe una canzone cristiana, perché se va impiccato significa ammetterne l’esistenza».

Bollato frettolosamente dall’ufficio stampa come eco–noir, o eco–thriller (che è pure peggio), Night Moves (venezia70) è prima di tutto il nuovo film dell’eccellente Kelly Reichardt, e dunque un trattato completo e archetipico. Dopo la pista dell’Oregon, qui si cerca il fertilizzante nitrato d’ammonio per abbattere la diga della centrale idroelettrica in nome dell’ambientalismo. «Al college c’erano solo fighetti che fumano, poi escono e vanno a lavorare nelle comunicazioni: l’unica materia interessante era biodiversità» dice una cresciutissima Dakota Fanning prima dell’attentato. La regia al solito è mirabolante, quasi come se ogni inquadratura diventasse poi soggettiva. Di eco–noir c’è pochino, pure nella prima parte, che è quella dove i tre antieroi progettano l’azione. Il meglio viene dopo, quando il film preferisce andare alle viscere dell’estremismo e mostrare senza fronzoli né trionfalismi le dinamiche terribili dell’insinuante «sappiamo quel che hai fatto». Realizzando l’ossimoro perfetto di una distanziatissima cronaca coinvolta che ha al centro un impegnatissimo Jesse Eisenberg, il nuovo antieroe di un film politico che il mio tifo vorrebbe premiato con il Leone.

La zampatona di Stephen Frears s’intitola Philomena (venezia70) e la definizione la dà il giornalista ex Bbc (ci tiene moltissimo…) intepretato da un inimitabile Coogan: «Storia di vita vissuta». Suore irlandesi che vendevano agli americani i figli sottratti alle ragazze madri del loro collegio e un’ormai anziana madre coraggio (la supremazia di Judi Dench è oltre ad ogni definizione) che dopo cinquant’anni di silenziosa ricerca diseppellisce il segreto e la violenza subita. I due partono per gli States e scoprono che il piccolo è diventato uno spin doctor del Partito repubblicano di Reagan. Non solo. Cuore di mamma conferma: «Ho sempre saputo che era gay, fin da piccolo era molto sensibile e quando ho visto la foto in salopette si è dissipato ogni dubbio». La sua Hildegarde è cattiva sin dal nome, il film viaggia lisco e delicatissimo su tutte le frequenze del cinema, virando ogni volta alla grande tra gag riderissime della scrittura, l’impegno drammatico, la ricerca un po’ spy, le scene madri sul grilletto del pianto. E siccome lo spettatore medio non è più abituato, a Frears non basta giganteggiare di suo, vuole riportare tutto al mestiere innestando nel testo e nella grammatica del suo capolavoro pure le riprese originali dei filmini di famiglia della storia e degli uomini veri che hanno ispirato la vicenda narrata sul grande schermo. Ricordandoci che cos'è il british style e il grande cinema puro di Racconto, quello senza paura di ogni vitalità.

Non è che non l’avevo mai visto, non l’avevo proprio neanche mai immaginato che si potesse cagare in piedi sull’ultima neve e poi pulirsi il culo con un bacchetto di legno raccolto a terra al momento. In Child of God (venezia70) c’è anche molto altro, tipo il moccolo permanente, il sudiciume ontologico, le seghe fuori dai finestrini delle macchine alcova delle coppiette, scalpi completi del cuoio capelluto usati poi come parrucche, le facce e gli ululati del lupo. Il piatto forte della casa sono però le scene in cui Scott Haze, nel ruolo dello sfrattato delle montagne del Tennessee, si scopa le ragazze morte o da lui uccise di fresco. Beh, non pensate subito male, è un individuo disturbato, in isolamento estremo, quello che alle sagre vince tutti i megapupazzoni al tiro col fucile, sotto lo sguardo stizzito dell’attrazione mangiasoldi. Che livello. Tratto dal romanzo omonimo, ecco a voi la dimostrazione che Cormac McCarthy non è un autore per tutti. E infatti James Franco ci inciampa penosamente con la esegesi del reietto monotono e mononota.

Pubblicato il 31/8/2013 alle 14.50 nella rubrica Cinemio.

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