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>MOSTRA DI VENEZIA 2013 - 5

Ogni volta mi colgono impreparato: ciò che mi sorprende sempre è la distanza tra il Medio Oriente vero e l’immagine che invece ci viene propinata. May in the summer (giornate degli autori) alza ancora l’asticella: città arse dalla luce del sole ma zero polverose e pochissimo trafficate, belle fighe che vanno a fa jogging in shorts e canottierine purpuree, belle fighe di cui sopra che dopo gli apprezzamenti di rito di giovanotti in autovettura possono permettersi di cacciarli sbattendo i pugni sul loro macchinone nuove, belle fighe in bikini a bordo piscina, e poi lingua inglese corrente capita e parlata correttamente da tutti, locali europei, appartamenti europei, arredamenti europei. Boh, forse c’è qualcosa che non va, ma insomma, anche in Giordania, tra valori religiosi e la botta della modernità, esce dallo stampino la solita commediola agrodolce prematrimoniale in cui la futura sposina, ovviamente rientrata dall’irresistibile estero, dovrà fare i conti con sé stessa e con gli altarini familiari posticci previsti dalla sceneggiatura.

«Si alza il vento, bisogna tentare di vivere». Così il sommo Maestro dell’animazione giapponese si ritira per sempre dalla scena del cinema. Alla notizia, i sedicenti fans di ogni festival hanno espresso il patimento tipico di chi non ha visto o capito Kaze Tachinu (The Wind Rises) (venezia70) che è esattamente il testamento artistico e umano di Hayao Miyazaki. Il protagonista progettista di aerei, chiamato anche in età adulta «Fratellone Jiro» dalla tenerissima sorella, non solo è realmente esistito, è stato uno dei migliori geni aereonautici del mondo. Chiarito dunque che si parla di Volo, l’eterno tema della rappresentazione ideale e della concretezza d’animazione dello Studio Ghibli, ecco il binario dell’amore che conta: quello con gli ultimi grandi eventi identitari della Storia Patria prima della rimozione del periodo dell’Asse. Già, perché se l’aviazione è il futuro, ecco che nella sfida del film sfilano il tragico terremoto, la depressione economica, l’epidemia di tubercolosi, il rapporto politico, industriale e di commissioni belliche con la Germania nazista, antipasto dell’entrata in guerra del Sol Levante. E la sofferenza di Jiro è tutta negli occhi dell’amata, affetta da poliomelite, mentre lui è assediato dall’idea meccanica più rivoluzionaria: una sezione alare uguale alla curva di una spina di pesce di sgombro. «Il buongusto anticipa le epoche, la tecnologia arriva a seguire» dice, e infatti i passaggi tecnici che hanno portato alla creazione dell’aereo da combattimento Mitsubishi AM6 Zero ci sono tutti, mentre a Miyazaki, guidato evidentemente anche dai consigli e dalla mano dell’amico Hideaki Anno (leggasi studio Gainax, leggasi Nadia e Neon Genesis Evangelion) poco importa di essere ambiguo o considerato tale fino addirittura all’etichetta di guerrafondaio dal perbenismo salottiero della sinistra incapace: questo è il film definitivo di una carriera, di una vita, di una nazione, della sua poesia e di tutta la nostra generazione. E allora grazie Hayao, il tuo Volo più grande è quello che da sempre ci hai insegnato a tenere nel cuore.

Ah, questi giovini d’oggi sballati senza un domani. In Palo Alto (orizzonti) li vediamo fare di tutto, e fumo, alcool e pompini sono la meno se, tra una bevuta e l’altra, la domanda in cortile diventa «Secondo voi fa male spararsi?». Sia chiaro, alcuni li capisco. Per esempio, «Mi piace molto la tua gonna, o vestito, non so bene cosa sia» è in fondo la frase di una vita quando la tipa che ti piace non capisci proprio come è vestita per quanto è bella. Il prof di ginnastica (James Franco), nel frattempo, ha iniziato il campionato femminile di calcio con le ragazze della sua squadra: una scusa anche per portarsele a casa, ufficialmente baby sitter, in pratica a letto. Se sei sfigato a cozzare in macchina contro la cicciona di turno, ti capitano i servizi sociali, mentre se fai troppo lo scemo ti arriva una bottigliata in testa da qull’innocua sciacquetta di cui fino a poco prima pensavi di poter disporre a piacimento. E insomma, tutto questo è firmato Gia Coppola, che sarà una nipotina raccomandata e persino (per ora) con poco o nulla da dire, ma sa già come si creano le immagini giuste. Quella finale, nelle luci di una superstrada americana, ce la ricorderemo molto a lungo.

L’inizio di Wolf Creek 2 (fuori concorso) è fragoroso, il macellaio di turisti è tornato e per cominciare se la prende un po’ con i due poliziotti che per cercare di far sera l’hanno fermato in strada senza motivo. Mick Taylor, «cacciatore e leggenda dell’Outback», è più cattivo che mai, e chissà come la sua vittima, «inglese di certo, debole come il piscio», potrà riuscire a scappare. Rispetto al film del 2005, i regista Greg Mclean aggiunge un po’ di stunt show su automezzi da deserto australiano, parecchi brindisi e molta sete di sangue. Soprattutto il film ha una voglia matta di prendersi poco sul serio (dalla musicata scena con i canguri alla minestrina servita dalla coppia di anziani). Quindi tutto molto bene, compreso lo strutturatissimo, anche esteticamente, quiz generale di storia dell’isola, vera sorpresona nella e della struttura dell’horror.

Il giorno che a Dallas ammazzarono Kennedy, c’era chi aveva chiesto il cambio turno per andare ad assistere al suo comizio. E chi, collega repubblicano, non ha concesso il piacere. Parkland (venezia70) sta tutto qui, chicchette di cui a qualcuno può anche non fregare un cazzo, ma che è molto più grave non capire. Il titolo è il nome dell’ospedale in cui morirono sia JFK sia Oswald, ma il primo portava anche un busto ortopedico, e quando devono tagliargli i vestiti di dosso per poterlo operare d’urgenza nessuno ha il coraggio di far azzannare alle forbici anche le mutande presidenziali. C’è chi telefona per saperne il gruppo sanguigno, chi invece pensa a risolvere subito e in fretta il problema politico: «Ora dove va Johnson, andiamo anche noi». Abraham Zapruder lo interpreta un pelatissimo Paul Giamatti, una delle pochissime facce riconoscibili tra le tante di questo degnissimo film corale (Efron, Gay Harden, Thornton, Welling). L’assassinio Kennedy è il più plastico, anche per meriti cinematografici, degli intramontabili mito di quell’America che aveva perduto l’innocenza e aveva ereditato l’oltraggio. L’opera prima di Peter Landesman ci dà le istantanee leggere della sua rappresentazione. Ogni polemica festivaliera è robetta da chiosco del Lido.

I titoli di testa di Miss Violence (venezia70) sono bellissimi, tutti senza punteggiatura nella scena a camera fissa che chiude il prologo. L’undicenne si è buttata a terra dal terzo piano schiantando con lei il dark side della famiglia perbene. Oddio, che ci fosse qualcosa che non andasse lo si capiva dalle proposte di divertimento di questo nonno cinquantenne: «Se farete i compiti in fretta, andremo al parco e laveremo anche la macchina». Uao. E poi in casa hanno vasini di fiori e una testa di camoscio impagliata, neanche fossimo al rifugio Stevia. Il caso passa in mano ai servizi sociali, mentre il regista greco continua a stare attentissimo alla composizione del quadro per le sue inquadrature a camera fissa. Nel loro sopralluogo, gli assistenti sociali verificano il funzionamento della rubinetteria e dello sciacquone del cesso. I sottotitoli non aiutano: scompaiono quando va in onda il tg informativo da cui si capisce solo che si parla del rapporto tra Europa e Grecia, quindi non sapremo mai se tutto sottintende una grande metafora dell’orrore di un Paese costretto ad ubbidire nel silenzio ai cosiddetti poteri forti e bancari. Ma probabilmente è soltanto un, doloroso certamente, ma compiaciutissimo ritratto dell’orco di famiglia in un interno, nel più borghese dei format festivalieri. Che magari andrà pure a vincersi qualcosa, ma degli epigoni (di Lanthimos) non ce n’era bisogno.

Quella figura solitaria, stagliata contro la vasta terra, che guarda all’interno di un misterioso strumento e fa gesti strani al collega in lontananza, si chiama topografo. Shuiyin (Trap Street) (settimana della critica) è la storia di uno stagista del mestiere, alla prima esperienza in una compagnia di mappature digitali. Beh, per arrotondare monta anche sistemi di sorveglianza, in questo film cinese che crede di essere un po’ Antonioni e un po’ un editoriale sui ribaltamenti dello sguardo e del controllo, sulla privacy e sulla privatezza. Perché la tipa è molto attraente, e decide di scomparire proprio in via della Foresta, i cui dati proprio non si riescono a registrare nel sistema. Inquietante, vero? E non sapete quanto inquieta vedere un film che finisce intrappolato in una tensione tutta sua, tutta autoreferenziale, tutta a freddo.

Pubblicato il 1/9/2013 alle 17.11 nella rubrica Cinemio.

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